La Chimera ristudiata

In questi giorni un’équipe del Centro di Restauro di Firenze sta lavorando al MANF; Museo Archeologico Nazionale Firenze, nella stanza della Chimera. Armati di strumentazioni incomprensibili ai più, stanno armeggiando intorno al Capolavoro dell’arte etrusca.

Osservarli al lavoro è un’interessante occasione di conoscenza (nonché un’opportunità non da poco per me di variare la routine). A luce spenta, è in funzione un laser scanner che riflette un fascio di luce su una porzione di statua. La porzione viene scansionata in tridimensione e l’immagine viene restituita graficamente su un programma del computer.

Porzione di statua dopo porzione di statua, scansione dopo scansione, rielaborazione grafica dopo rielaborazione grafica, tutta la statua sarà scansionata, pronta per una restituzione a 360° e a grandezza naturale. Lo scopo? Solitamente questo procedimento è attualmente il metodo più efficace per riprodurre copie o calchi da originali (dato che per legge non si può trarre un calco da originale a meno che non si facia in modo da non toccare fisicamente l’opera), perché data la maglia di punti ottenuti dalla scansione 3D, la si collega a delle macchine fresatrici che eseguono materialmente la copia a partire dal modello 3D: ricordate il pantografo? Il principio è lo stesso, solo applicato in tridimensione e mantenendo le stesse dimensioni. Mi diceva uno dei restauratori dell’équipe, però, che la Chimera è troppo complicata, che sicuramente saranno sfuggite allo scanner alcune zoe d’ombra, di cui però ci si renderà conto solo nella fase finale di rielaborazione die dati, per cui molto difficilmente della Chimera riuscirà a trarsi una copia materiale perfetta. Ma sicuramente dalla scansione si trarrà un modello tridimensionale multimediale che potrà comunque essere usato con intenti didattici e di studio.

Dopo la scansion 3D è giunto il momento di analizzare più da vicino la superficie della Chimera, mediante una tecnica non invasiva di analisi delle patine e/o delle vernici presenti sul bronzo di cui è fatta la statua. Al computer è ora collegata una specie di pistolina che attraverso onde elettromagnetiche registra le anomalie presenti sulla superficie, dopodiché restituisce al computer un’immagine che sembra un elettrocardiogramma impazzito. E’ un metodo sperimentale, così come sperimentali saranno i risultati. Qual è il fine? La conoscenza, ovviamente: conoscenza della materia prima, della tecnica di lavorazione, dello stato di avanzamento del dergado del bronzo e della formazione di eventuali patine. Da questo studio preventivo si p0otrà poi eventualmente decidere di intervenire con un restauro oppure no.

chimera.jpg

La Chimera è una statua in bronzo eccezionale, ancora più incredibile se si pensa che è del V secolo a.C., più antica addirittura dei Bronzi di Riace. Al di là del giudizio estetico, che è soggettivo, qui siamo in presenza di un’opera tecnicamente ineccepibile. Ogni nuoovo studio che viene compiuto su di lei rivela sempre nuovi dati che non fanno che accrescerne il valore. Eppure sta qui, in questa sala del museo, nella penombra, vittima dell’incapacità tutta italiana di non saper valorizzare i propri tesori con la convinzione che si autopromuovano da sé: non è così, ma è promuovendo l’oggetto e il suo contenitore, il MANF, che soffre di scarsa visibilità, a livello anzionale, che forse potremo sperare che i nostri tesori semisconosciuti diventino un po’ più famosi. La Chimera se lo merita: ha 2500 anni e non li dimostra, non può restare nell’oblìo perchè nessuno ne promuove l’immagine. Ma non si può sperare che il potenziale pubblico la conosca: è il Museo che deve proporla, se vuole sperare di avere un po’ più dei 30 visitatori di media giornaliera che tragicamente registra. 

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