Tessere di pace in Medioriente

Ogni tanto la Rai riesce a stupirmi. Stupirmi positivamente, intendo. Anche se in seconda serata, ogni tanto il palinsesto televisivo regala ai telespettatori che non vogliono ancora andare a dormire delle perle di cultura che pensavo ormai fossero impossibili. Non mi riferisco a programmi come La storia siamo noi, bell’esempio di tv-cultura fatta bene che fa capire che volere è potere (realizzare un buon prodotto culturale nella tv di oggi), ma allo Speciale TG1 di ieri sera. Ho acceso la tv per caso, al mio rientro a casa, e vedo sullo schermo Padre Michele Piccirillo che spiega il suo lungo lavoro di archeologo in terra giordana. Padre Michele Piccirillo è scomparso qualche tempo fa (avevo assistito ad un convegno organizzato in suo onore – e in onore di Fabio Maniscalco – da Archeologia Viva il 4 aprile 2009), ma aveva girato un bel documentario con la Rai, per la regia di Luca Archibugi, in cui mostrava agli Italiani tutto il lavoro più che decennale compiuto da lui, dal suo staff e dalla Scuola di Mosaico di Madaba (Giordania) fondata con i suoi collaboratori nel 1992. Il film-documentario è “Tessere di pace in Medioriente“. Le tessere sono al tempo stesso quelle dei mosaici e i piccoli passi compiuti giorno dopo giorno da Piccirillo e i suoi collaboratori nella direzione della pace e dell’integrazione, attraverso l’uso della cultura e della ricerca delle comuni radici storiche di ebrei, cristiani e palestinesi che oggi si fanno la guerra in quel minuto spazio geografico.

Il documentario ha mostrato i mosaici spettacolari che in epoca tardoromana e bizantina venivano realizzati tra Giordania, Siria e Palestina e che in anni recenti, dal momento della loro scoperta, sono stati fatti oggetto di restauro. Alcuni sono molto famosi, come il Mosaico di Palestina di Madaba, i Mosaici dentro la Chiesa della Natività di Betlemme, o quelli sul Monte Nebo, ma altri sono meno noti e ugualmente belli. Da rimanere a bocca aperta davanti a quello che raffigura la tragedia di Ippolito e Fedra, realizzato con le figure e accanto i nomi, in greco, come se si trattasse di una locandina. Invece è un mosaico pavimentale scoperto durante gli scavi nel parco archeologico di Madaba.

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Madaba, il Mosaico di Palestina. Particolare. 

L’impegno di Padre Michele Piccirillo e dei suoi collaboratori non era salvaguardare l’archeologia della regione palestinese in modo fine a se stesso, ma voleva andare oltre, a cercare le radici comuni, a diffondere la consapevolezza che solo conoscendo il proprio passato non si perde la propria individualità nel caso di conflitti, come quello in terra palestinese, che mirano a sopraffare l’altro in ogni modo, anche culturale. E se da un lato agiva sul territorio, Piccirillo dall’altro si muoveva in ambito internazionale, cercando il sostegno dell’UNESCO, l’organismo più potente in materia di salvaguardia del patrimonio culturale dell’Umanità. Egli interpretava davvero il ruolo sociale dell’archeologia: con la Scuola di Mosaico ha creato posti di lavoro per i giovani, senza stare a guardare alla religione di ciascuno di loro, ma con l’intento di formarli in una professione importante qual’è quella del restauratore; andando a bussare alle porte dell’UNESCO e anche dei singoli governi interessati sensibilizzava la classe dirigente sull’importanza del fattore cultura nella crescita di un popolo e nella ricerca di radici comuni da cui fare scaturire la pace. Mai altrove l’archeologia ha avuto, a mio parere, un’utilità sociale di pari livello.

Per me che sono stata in Giordania, e ho visto dal vivo il Mosaico di Palestina di Madaba, vedere gli altri meravigliosi mosaici ha significato fare un ripasso mentale di ciò che all’epoca avevo visto e rendermi conto della ricchezza archeologica che si nasconde in quelle terre. Per chi in quei luoghi non c’è mai stato, “Tessere di pace in medioriente” è uno strumento di conoscenza incredibile, un’apertura su un argomento che non viene quasi mai trattato neanche dai grandi programmi di divulgazione come Superquark o Ulisse. Soprattutto, ciò che fa piacere, è che a distanza di qualche anno dacché il documentario fu girato, la Rai ancora lo trasmette. Un bel segnale, positivo, cui spero facciano seguito altre iniziative di questo tipo.

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