Dal 29 maggio al 20 dicembre 2024 l’Ecole Française de Rome ospita nella sua sede di Piazza Navona la mostra “Un museo per l’Ecole“, a cura di Christian Mazet e Paolo Tomassini.
La mostra è l’occasione per esporre al pubblico la collezione di antichità formatasi alla fine dell’Ottocento per volontà del primo direttore dell’Ecole, Auguste Geoffroy. L’idea alla base era quella di creare una collezione variegata, in modo da poter insegnare le scienze dell’Antichità attraverso lo studio dei reperti archeologici. Una sorta di museo didattico, che però non vide mai la luce. Un museo didattico che la mostra attuale vuole restituire, andando a costruire un racconto che ci cala nello spirito del tempo, fatto ancora di mercato antiquario fiorente e in qualche caso spregiudicato, ma anche di indagini archeologiche e di collezionismo. La collezione, che ammonta a più di 300 manufatti, è eterogenea, comprende al suo interno vasi greci e etruschi, materiali provenienti dai primi scavi dell’Ecole, sculture e piccoli oggetti di epoca romana. In particolare si distinguono due nuclei, sui quali meriterà soffermarsi: la donazione di Augusto Castellani e la cosiddetta “matériauthèque“, cioè un insieme eterogeneo di frammenti di materiali archeologici, quali intonaci dipinti, lacerti di mosaico, oggetti frammentari in ceramica, bronzo, vetro, scelti per il loro costituire testimonianza concreta delle produzioni artigianali. Un concetto decisamente avanzato per l’epoca in Italia.

Il percorso espositivo
La mostra “Un museo per l’Ecole” è molto lineare ed è la dimostrazione che per costruire un buon racconto non servono chissà quali effetti speciali. Si comincia dalla ricerca d’archivio, attraverso la quale i curatori sono risaliti a individuare i materiali acquistati da Geoffroy o quelli provenienti da scavi. Così nella prima vetrina abbiamo una selezione di reperti che presentano delle etichette redatte da Geoffroy indicanti la provenienza dall’Italia meridionale (Vaste), dalla Sicilia, dall’Etruria Meridionale, dal Lazio e da Roma. Sono esposti anche gli inventari di fine Ottocento e di inizio Novecento, in cui sono elencati i materiali entrati di volta in volta a far parte della collezione. Il lavoro di ricerca sugli inventari e tra le fotografie storiche d’archivio si è reso fondamentale: nel corso del tempo infatti, molti oggetti, i più pregiati, sono stati esposti (lo sono tuttora) a Palazzo Farnese, sede principale dell’Ecole Française, mentre la maggior parte è rimasta nel sottotetto. Rivolgersi ai documenti d’archivio, in particolare al catalogo redatto da François Villard e che costituisce il primo inventario scientifico della collezione, ha permesso di risalire a dati relativi alla provenienza, all’acquisto o all’acquisizione, e alla collocazione negli spazi dell’Ecole: la biblioteca, la loggia, l’appartamento del Direttore.
Una sezione della mostra è dedicata alle terrecotte votive venute in luce nel corso del primissimo scavo condotto dall’Ecole (costituitasi nel 1875) nel 1878 nella città latina di Praeneste (Palestrina), presso il santuario di Ercole. Vennero in luce in quell’occasione diverse fosse votive contenenti terrecotte di produzione etrusco-laziale databili tra il IV e il III secolo a.C. che illustrano le varie pratiche cultuali: teste votive, statuette, figurine di animali ed ex voto anatomici; un repertorio piuttosto variegato.

A seguire, in mostra sono esposte le sculture di età romana: in particolare teste e ritratti che dalla fine dell’Ottocento abbelliscono i saloni del secondo piano di Palazzo Farnese.
Molto interessante la sezione sui vasi del Dono Castellani. Augusto Castellani, mercante d’arte in Roma, donò all’Ecole Française nel 1879 un cospicuo gruppo di vasi greci ed etruschi: una trentina di oggetti provenienti per la maggior parte dallo scavo della necropoli etrusca della Banditaccia di Cerveteri che erano stati restaurati nel XIX secolo prima di entrare a far parte della collezione dell’Ecole, talvolta con integrazioni di frammenti di altri vasi, talvolta creando dei veri e propri pastiches: un dato, questo, che è emerso in sede di restauro di questo gruppo di vasi condotto proprio in vista della mostra, e che ha permesso di scoprire come lavoravano i restauratori/falsari ottocenteschi: il racconto è affidato a un interessante video posto a fine mostra, dal quale emerge l’importanza di studiare anche questi aspetti delle opere, perché attraverso di essi si apprende qualcosa in più sul contesto antiquario e del gusto della fine dell’Ottocento.

Infine, l’ultima sezione della mostra è dedicata alla “matériauthèque“, cioè l’insieme di materiali frammentari e di varia natura, dalle terrecotte architettoniche, ai laterizi bollati, agli intonaci, alle lucerne, ai vetri e ai bronzi, alle lastrine di marmo, ai lacerti di mosaico: tutto ciò, cioè, che illustra la varietà dell’artigianato di età romana: non solo attenzione all’oggetto d’arte antica, dunque, ma alla cultura materiale. La collezione, didattica, aveva quindi lo scopo di immergersi nei materiali e nelle loro peculiarità, di apprendere le tecniche di produzione e di affrontare studi tipologici. Un approccio allo studio, dunque, già più archeologico in senso moderno, e meno storico-artistico. Nell’Accademia italiana questo concetto sarebbe arrivato molto tempo dopo.

Perché visitare la mostra “Un museo per l’Ecole”
Una mostra piccola, contenuta, sobria e molto chiara. Un tema piuttosto di nicchia, visto che si tratta della collezione archeologica di un istituto di cultura straniero in Italia. Ma questa è un’occasione, per l’Ecole Française de Rome, di aprirsi alla cittadinanza e non più solo agli studiosi. Per questo la mostra è visitabile a ingresso libero dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19 e il sabato dalle 10 alle 13 (resterà chiusa invece dall’8 al 25 agosto inclusi).







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