Il Museo delle attrezzature fotografiche dell’ICCD

Lo sapevate? L’ICCD, Istituto Centrale per la Catalogazione e la Documentazione, oltre ad essere responsabile del Gabinetto Fotografico Nazionale e dell’Aerofototeca Nazionale (entrambi scrigni di documentazione, di risorse e di spunti per chi voglia fare ricerca), ha anche un piccolo museo. Si tratta del Museo delle attrezzature fotografiche storiche, nato a partire dalla collezione del Gabinetto Fotografico Nazionale e arricchitosi nel corso del tempo grazie a donazioni di privati e acquisizioni varie.

Il Museo delle attrezzature fotografiche

Il Gabinetto Fotografico Nazionale nasce per iniziativa di Giovanni Gargiolli nel 1882. Lo scopo è quello di documentare, con la nuova tecnologia di impressione fotografica (inventata appena 40 anni prima da Daguerre e poi perfezionata nei decenni successivi) il patrimonio culturale e paesaggistico italiano. Il fondo del Gabinetto Fotografico Nazionale (GFN) è alla base della collezione fotografica dell’ICCD – Istituto Centrale per la Catalogazione e la Documentazione del Ministero della cultura. Se si visita il GFN si resta impressionati entrando nella stanza dei rotanti: immensi macchinari che, girando, se interrogati restituiscono esattamente quella fotografia che si stava cercando (un minirotante è anche nell’Archivio Fotografico di Ostia antica, ed è un oggetto vintage ancora imprescindibile nelle ricerche delle fotografie di reperti).

Tornando a noi, il Museo delle attrezzature fotografiche occupa una sala al piano terra del complesso del San Michele all’interno del quale ha sede l’ICCD. La collezione spazia da macchine fotografiche e ottiche dell’epoca della fotografia delle origini a macchine fotografiche degli anni Cinquanta del Novecento. Grazie a questa esposizione si percorre un secolo di evoluzione della tecnica fotografica e degli strumenti fotografici.

Il Museo nasce dalla collezione delle macchine fotografiche campagnole, cioè in legno su alto treppiede, a soffietto, con impressione su lastre di vetro, riducibili in valigetta per essere trasportabili, con le quali il Gabinetto Fotografico Nazionale realizzava le proprie campagne di documentazione del patrimonio culturale e paesaggistico del neonato Regno d’Italia. Accanto alla collezione GFN vi sono donazioni che hanno arricchito il museo di oggetti di vero pregio.

Non sto qui a ripercorrere la storia dell’invenzione della fotografia: la sua antenata è la camera oscura, già usata da pittori quali Canaletto o Vermeer, ma che pare essere stata scoperta addirittura nella Cina del V secolo a.C.

Il concetto di camera oscura è alla base dei successivi tentativi di impressionare su supporto solido un’immagine. Nasce il dagherrotipo, al quale già dopo poco tempo vengono affidate anche ottiche per l’affinamento della ripresa: ottiche che sono presenti nella collezione del Museo dell’ICCD.

Quando finalmente si afferma l’uso di impressionare lastre di vetro rivestite di bromuro d’argento, ecco che si diffonde l’uso delle macchine campagnole: anche a Ostia, dopo la costituzione del Gabinetto Fotografico nel 1909 a opera di Dante Vaglieri, sono acquistate due campagnole, due Reisekamera, fotocamere da viaggio, non esattamente maneggevoli oggi, ma all’epoca richiudibili in valigetta, risparmiando spazio e tempo. E che campionesse che si rivelarono: furono utilizzate ininterrottamente dall’atto del loro acquisto fino ai primi anno ’60 del Novecento! Una durata davvero notevole, soprattutto se si considera che nel frattempo la Kodak già a fine Ottocento aveva inventato la pellicola e soprattutto esistevano macchine fotografiche di ogni sorta che nel tempo avevano sostituito le lastre di vetro. Vabbè, scusate la digressione. Torniamo al museo dell’ICCD.

La collezione museale

Ecco, che sennò mi perdo un’altra volta in digressioni. Naturalmente le macchine che attirano di più l’attenzione sono le campagnole su treppiede oppure – anzi di più – le macchine da studio, enormi. Il motivo è presto detto: siccome, almeno in una fase iniziale, non era possibile ingrandire le fotografie, occorrevano macchine fotografiche di grande formato che consentissero la riproduzione del soggetto su lastra di vetro di grande formato. Le macchine da studio solitamente ritraevano famiglie di un certo livello che avrebbero voluto esporre la fotografia in salotto sopra il pianoforte. I fotografi, che a Roma avevano spesso lo studio a Via Margutta, non rifuggivano questo genere di cose, tutt’altro, anzi, nei loro atelier spesso riproducevano scenari anche esotici. Interessante sul tema la mostra che si tenne a Palazzo Braschi (Roma) nel 2019: Roma nella Camera Oscura. Tornando a noi, le macchine da studio sono concepite per lastre di vetro di grande formato, ben consapevoli (il fotografo quantomeno) che se si decide di tagliare qualcosa cambia l’immagine. Le lastre di vetro di queste enormi macchine da studio sono 50×60 cm, e realizzano quindi fotografie di grande formato, veri e propri quadri da parete per l’autorappresentazione personale o familiare del committente.

La collezione del Museo delle Attrezzature Fotografiche spazia tra macchine fotografiche di grande e piccolo formato a ottiche e ad altre attrezzature funzionali al fotografo per realizzare i propri scatti. Interessante notare come accanto all’uso della lastra di vetro, si sviluppi parallelamente, in tempi decisamente remoti, la tecnologia della fotografia su rullino, inventata dalla Kodak addirittura nel 1888. Quella della Kodak fu una vera rivoluzione: l’invenzione della pellicola al posto delle lastre di vetro, che ogni volta dovevano essere preparate una per una con solventi chimici, consente a chiunque di poter diventare fotografo. Ecco che dopo appena 40 anni dall’invenzione della fotografia, i fotografi perdono l’esclusività della loro professione. E da questo punto in avanti, più che mai, si accende il dibattito che forse oggi ha trovato una soluzione: la fotografia è un’arte o è solo una tecnica?

Tornando alla collezione del Museo, ecco che vediamo gli effetti della Kodak sugli apparecchi fotografici: diminuisce drasticamente la dimensione, e anche se non sono propriamente da borsetta, le nuove macchine fotografiche, ancorché pesanti perché in legno e alte 30 cm non impediscono a personaggi del calibro di Margaret Bourke-White di fotografare l’avanzamento dei lavori dell’Empire State Building, e di essere immortalata a sua volta con la sua macchina fotografica. Prima di lei un’archeologa e viaggiatrice, Gertrude Bell, di cui ho parlato più di una volta qui sul blog (e anche in una puntata del podcast Blister, insieme a Giovina Caldarola)

Una vetrina del museo è dedicato alla Verascope e in generale alle macchine che realizzavano stereoscopie. Questa fu una vera moda e smania che impazzò nel primissimo Novecento, e che incuriosì molti nei primi decenni del secolo: Dante Vaglieri, per esempio, acquisto per gli Scavi di Ostia una Verascope con la quale realizzò una bella – purtroppo piccola – serie di stereoscopie che raccontano gli scavi di Ostia fino al 1913, anno della sua prematura morte. Mi piace pensare – non solo a me – che la passione per le stereoscopie gliel’abbia trasmessa l’anonimo fotografo (che ormai anonimo non è più), friulano anch’esso, protagonista suo malgrado, o a suo beneficio, del recente romanzo Chi è Cufter di Stefano Corso.

Digressione su Chi è Cufter

Perdonatemi, ma se leggete questo blog dai 15 anni che è in piedi sapete che nei miei post amo saltare di palo in frasca, al contrario di chi vorrebbe una narrazione chiara e lineare, da A a B. No, io prima di arrivare a B faccio tre giri di alfabeto. Così ora mi ritrovo alla C, che è la C di Cufter ed è la C di Stefano Corso. Cufter è il nome fittizio di un fotografo anonimo (fino a poco tempo fa), la cui collezione di lastre di vetro è solo recentemente stata riscoperta. Dalla riscoperta, fatta da Stefano Corso, è partita un’indagine, con contestuale storytelling sui social (attraverso i quali ho scoperto questa storia) che ha portato a capire il nome e la storia dietro la Verascope che eseguiva le fotografie.

Perché parlo di Cufter (non vi rivelo il nome del fotografo: dovete leggere il romanzo)? Perché Cufter era molto amico di Dante Vaglieri, entrambi friulani, Cufter sicuramente irredentista; da poche fotografie di Cufter sappiamo che venne a visitare Ostia antica: c’è una bellissima sua fotografia del Castello di Giulio II che racconta il suo passaggio da Ostia, per esempio, oppure un’altra che raffigura la Vittoria alata del Piazzale delle Corporazioni. Purtroppo non ci sono fotografie dell’epoca nell’Archivio Fotografico di Ostia antica che testimonino il passaggio di Cufter da quelle parti, né ci sono fotografie che lo riprendano, neanche al funerale di Vaglieri, il 10 dicembre 1913, quando il corteo funebre condusse il feretro dal Capitolium di Ostia, all’interno degli Scavi, fino alla chiesina di Sant’Ercolano.

Ok, fine digressione, scusate.

Ci riproviamo: la collezione museale e le conclusioni

Dopo aver visto veri e propri mammuth – intesi sia nella loro vetustà che nelle loro dimensioni - della fotografia delle origini, il percorso museale affronta anche il Novecento e segue i suoi sviluppi tecnologici, che vanno nella direzione di macchine fotografiche a rullino sempre più piccole e maneggevoli: sono le macchine fotografiche da reporter, sicuramente immortalate da Fellini ne La dolce vita, ma anche, ancora più piccole e impressionanti per le dimensioni ridotte, le piccole compatte “da soldato” del 1915: potevano essere messe in un taschino ed erano corredate da penna per annotare sul negativo i dati relativi alla fotografia. Soldati-spie, verrebbe da dire: ma queste macchinette piccolissime sono davvero vicine, per dimensioni, alle più moderne compattine che mi hanno accompagnato per i primi 10 anni circa del XXI secolo. Incredibile.

Molte altre cose ci sarebbero da dire sui singoli pezzi esposti e molto ci sarebbe da dire sulle tecniche fotografiche ad esse sottese, sia all’atto dell’inquadratura e dello scatto che al momento dello sviluppo dal negativo al positivo fotografico.

Io personalmente però mi fermo qui, dicendovi però ciò che il funzionario responsabile del Museo, arch. Rodolfo Felici ha detto ai presenti alla visita guidata dell’11 gennaio 2024 cui ho preso parte: l’ICCD proporrà visite guidate al Museo con cadenza mensile da ora in avanti. Occorre seguire i canali social e il sito web dell’ICCD per essere informati. Mi sembra un’ottima notizia, dopotutto. Per restare informati, consultate il sito web dell’ICCD oppure il suo canale instagram.

3 risposte a “Il Museo delle attrezzature fotografiche dell’ICCD”

  1. Avatar Massimo Guarnieri
    Massimo Guarnieri

    Buongiorno ho la disponibilità di una collezione di macchine fotografiche d’epoca ed anche molto vecchie da vendere. Potrei essere interessato al vs. parere da esperti, anche per un eventuale valitazione.

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    1. Buonasera, purtroppo non sono in grado di fare una valutazione di tipo economico.

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  2. Avatar Elio Dell'Acqua

    Buona sera signor Guarneri, potrebbe contattarmi su messenger per favore.

    Grazie.
    Elio Dell’Acqua.

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