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Alle foci del Tevere: un convegno alla Società Geografica Italiana

Il 21 maggio 2018 a Villa Celimontana in Roma, presso la sede della Società Geografica Italiana, il convegno “Alle foci del Tevere: territorio, storia, attualità“. Promosso dalla Società Geografica Italiana, è stato un’utile opportunità di conoscenza. Per me per due motivi: come archeologa che lavora in quel territorio, e come abitante dell’area in questione.

Il grandissimo punto di forza di questo convegno è stato l’approccio interdisciplinare. Hanno parlato geologi, archeologi, architetti e storici, ripercorrendo e ricostruendo la storia naturale e antropica della foce del Tevere.

Tre i focus principali della giornata: la linea di costa, il Tevere, l’uomo; tre gli archi cronologici considerati: prima dell’uomo, l’età romana e, in misura minore, medievale; dall’Unità d’Italia a noi.

Il primo intervento, prettamente di geologia, è stato fondamentale per capire di cosa stiamo parlando e di dove ci troviamo.

Piero Bellotti: geologia e delta del Tevere

Piero Bellotti, geologo, racconta la formazione e la variazione nel corso dei millenni del delta del Tevere.

17000 anni fa il delta aveva un aspetto totalmente diverso dall’attuale e somigliava, per conformazione, al delta del Po. Fra i 13000 e gli 8000 anni fa però, un repentino rialzamento del livello del mare cambiò totalmente la situazione, sommergendo il delta e imprimendo una profonda modificazione alla foce del fiume. A seguire il mare scese nuovamente, in maniera più graduale, e si crearono pertanto le due lagune/stagni di Maccarese a Nord e di Ostia a sud.

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L’avanzamento della linea di costa dall’età neolitica ad oggi. Credits: brewminate.com

Negli ultimi 3000 anni è l’uomo a condizionare la geologia. Tra 2900 e 2700 anni fa il Tevere forma un’ansa molto stretta, sulla quale sorgerà molto più tardi il Castello di Giulio II e condizionando lo sviluppo urbanistico di Ostia antica e del Trastevere ostiense (il quartiere di Ostia antica individuato da prospezioni nell’area che un tempo era sull’altro argine del Tevere). Nella laguna salmastra a Nord gli Etruschi installano le saline, il Campus Salinarum che sarà sfruttato anche dai Romani. Segue poi la fondazione di Ostia, che per l’età repubblicana costituisce il porto e l’accesso al mare di Roma.

Ma con l’Impero il volume dei traffici mercantili e marittimi aumenta considerevolmente e l’imperatore Claudio dà il via alla costruzione del Portus, insieme con la realizzazione di un canale che dal Tevere scende al mare, la Fossa Traiana, divenendone di fatto la seconda foce. Quest’importante modificazione del paesaggio resterà per sempre: la Fossa Traiana è l’attuale canale di Fiumicino.

L‘insabbiamento della costa, che porta alla formazione delle dune successive sulle quali sorgono Ostia Lido e Fiumicino, si verifica lungo tutto il corso del Medioevo e del Rinascimento, con la maggiore portata d’acqua del Tevere (e della Fossa Traiana). L’alluvione del 1557 cambia ulteriormente il territorio: l’ansa che il Tevere disegnava in corrispondenza di Ostia antica, e presso la quale si era sviluppato il borgo e il castello di Giulio II scompare, il corso del fiume si allontana e si regolarizza. L’ex-alveo del fiume prende ora il nome di Fiume Morto e così è noto ancora oggi.

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L’evoluzione della linea di costa alla foce del Tevere. Credits: luniversoeluomo.org

 

Antonia Arnoldus Huyzendvel: Geoarcheologia dei porti romani

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Ricostruzione del porto di Claudio e Traiano. Credits: Ostia-foundation.org

La prof.ssa Arnoldus è stata protagonista di una grande stagione di carotaggi che hanno interessato, a Fiumicino, tutta l’area individuata come occupata dal bacino del porto di Claudio. Di questo grande bacino, chiuso da due lunghi moli curvilinei a nord e a sud, e posto immediatamente a nord della Fossa Traiana, non si conosceva l’esatto orientamento ancora fino a pochi anni fa. Anzi, vi era la teoria, sostenuta tra gli altri dal Lugli e più tardi dal Testaguzza, nella sua pubblicazione su Portus del 1970, che l’imboccatura del porto di Claudio fosse posta a Nord, invece che a Ovest, come invece i carotaggi hanno dimostrato. Successive campagne di carotaggi svolte sia alla ricerca del molo nord, che alla ricerca del molo sud hanno permesso di ricostruire l’esatto andamento dei due moli e di posizionare l’isola Faro, il cui basamento era costituito dalla nave di Caligola che aveva trasportato a Roma l’obelisco oggi in Vaticano e che, terminata la sua missione fu affondata in questo punto. Testimonianze della presenza del faro, in rovina e in buona parte coperto dalle dune sabbiose dell’insabbiamento della costa, sono note per il Cinque-Seicento.

Simona Pannuzi: Il suburbio sudorientale di Ostia dall’età imperiale al Rinascimento

Fornace di età imperiale rinvenuta presso la riva orientale dello Stagno di Ostia. Credits: books.openedition (v. bibliografia in calce al post)

Alla dott.ssa Pannuzi è affidato il compito di raccontare gli esiti delle ricerche archeologiche condotte nel territorio di Ostia antica: non nella città romana, dunque, ma nel suo suburbio. All’esterno della città si stendeva verso Sud un grande stagno, rimasto ancora oggi nella toponomastica ostiense. Le due sponde di questo stagno mostrano i segni di una frequentazione già in età neolitica, come dimostrano i rinvenimenti ceramici. Uno dei due insediamenti, nei pressi della rotonda di accesso a Ostia antica avrebbe avuto continuità di vita in età protostorica e arcaica, ed è ancora la ceramica a dircelo.

Allo sfruttamento dello Stagno in età storica sono attribuibili diverse tracce: canali di drenaggio che presuppongono un’area agricola limitrofa, una fornace per laterizi interamente conservata risalente all’età imperiale: siamo fuori città, vicino all’acqua: il luogo ideale in cui impiantare un opificio di questo tipo. È attestato anche il drenaggio realizzato con anfore. Quest’area viene poi destinata anche a necropoli.

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Cartografia storica: la Topografia geometrica dell’agro romano, di G.B. Cingolani, 1774. Credits: Ostia-antica.org

In età paleocristiana sorge la basilica di Pianabella intorno alla quale si aggrega un piccolo abitato; stessa cosa accade a Sant’Aurea, che diventa poi il nucleo da cui ha origine nel IX secolo Gregoriopoli, il borgo voluto da papa Gregorio IV destinato a diventare nel tempo un borgo fortificato strategico, sull’ansa del Tevere. Il castello di Giulio II doveva avere un approdo: le fonti ci parlano di almeno due papi, uno in fuga da Roma verso il mare, l’altro in arrivo a Roma, che si fermarono a Ostia per cambiare mezzo di navigazione. Le barche che risalivano la corrente ricorrevano al sistema dell’alaggio, ovvero il traino da parte di buoi. Il borgo di Ostia, grazie al suo approdo, diviene un fiorente luogo di arrivo e scarico di merci, con una dogana funzionante e diversi magazzini. Uno di essi è rimasto nella toponomastica: è il Casone del Sale, magazzino evidentemente adibito alla conservazione del sale estratto nelle saline dello stagno di Ostia. Queste si esauriscono tra il Settecento e l’Ottocento, per problemi di manutenzione dei canali di approvvigionamento dell’acqua salata.

Paolo Isaia: la bonifica degli stagni e la colonia dei Ravennati

Il direttore dell’Ecomuseo del Litorale Romano racconta una storia di lavoro e socialismo: la prima bonifica di Roma Capitale che vide l’intervento di lavoratori specializzati nella movimentazione della terra.

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Gli scariolanti ravennati al lavoro per la bonifica del territorio di Ostia. Credits: ia-ostiaantica.org

La bonifica era necessaria perché tutta l’area dalla Maremma al Circeo era malarica e definita pericolosissima. Chi vi lavorava erano lavoratori stagionali che si trasferivano in inverno e vivevano in grandi capanne in condizioni di vita miserrime. Le prime bonifiche riguardano la piana di Maccarese, a nord di Fiumicino, e Ostia, e prendono avvio dagli anni ’80 dell’Ottocento. Si tratta di una bonifica idraulica a idrovore, le quali si conservano nell’impianto a idrovore di Ostia, a testimonianza di questo pezzo di storia ostiense. I lavori si avviano nel 1884, l’idrovora è messa in funzione nel 1889 e con il prosciugamento dello stagno, nel 1891, finalmente si possono coltivare le terre strappate alla palude.

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Una ricostruzione nell’Ecomuseo del Litorale Romano. Credits: ostiaedintorni.it

I Ravennati, chiamati a svolgere questo compito, si riuniscono in una cooperativa e fondano quasi uno stato nello stato, animati come sono da spirito socialista, fin quasi anarchico. E in effetti la Colonia dei Ravennati batte moneta propria, ha una propria assistenza sanitaria e un proprio regolamento interno. Un gruppo davvero coeso che riesce ad ottenere, alla fine della bonifica, di poter restare a coltivare i campi che loro stessi avevano bonificato.

Giuliano Fausti: evoluzione urbanistica di Ostia nuova

Dalla fondazione di Ostia fino ai giorni nostri, l’architetto Fausti ripercorre tutta la storia urbanistica dell’area e della città, scandendone i passaggi salienti e dimostrando come essa, cambiando nome ogni volta, abbia ogni volta perso di identità.

Concepita fin da Giolitti come Roma Marittima, doveva essere il volto col quale la capitale d’Italia si inseriva nel Mediterraneo. Nel 1924 viene costruito il simbolo della cittadina: lo stabilimento balneare Roma, una grande struttura liberty e geniale per quei tempi, che davvero proiettava Roma e l’Italia nel Mediterraneo. In epoca fascista vengono realizzate poi altre architetture particolarmente significative.

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Lo stabilimento balneare “Roma”, simbolo del Lido di Roma in epoca fascista. Fu distrutta dai bombardamenti nel 1944. Credits: Romaierioggi.it

Con la guerra, nel 1944 il Roma viene bombardato. Questo simbolo di Ostia non verrà più ricostruito e nel dopoguerra la città subisce un costante declino e degrado che sfocia, simbolicamente, nell’assassinio di Pasolini. Ostia, che non si chiama più Lido di Roma, ma Lido di Ostia, diventa una periferia, una borgata con il mare. La provocazione che pone Fausti, mostrando il litorale di Ostia così come appare oggi è la seguente: Ostia è il volto di Roma sul Mediterraneo o no? Perché al giorno d’oggi è totalmente anonima e indistinta dal resto dei litorali italiani, per cui va capito se si vuole cambiare la situazione, dando ad Ostia un nuovo volto, oppure se lasciare le cose come stanno, considerando però l’eventualità che Ostia non si consideri più parte di Roma.

Concludendo

In questo percorso multidisciplinare emerge come la condivisione di dati tra più attori e studiosi del territorio, ciascuno secondo il proprio ambito, possa portare buoni frutti e dati utilissimi per la comprensione di un territorio così complesso nel lungo periodo. L’intervento successivo, di Marina Marcelli, si è concentrato su Castel Fusano e sulla villa cd. di Plinio, la cui attribuzione in realtà è incerta, mentre è certa l’imponenza di questa villa d’ozio, affacciata sul mare, con un grande giardino e un impianto termale mosaicato. L’accenno a un progetto di valorizzazione integrato della Regione, che vede il coinvolgimento di più attori istituzionali sul territorio, è il segno dell’intenzione di recuperare il patrimonio non solo archeologico e storico, ma anche naturalistico, ambientale e paesistico di un’area ampia, delicata, importante, com’è quella della foce del Tevere.

 

Bibliografia/Sitografia

Sul tema della foce del Tevere:

in generale https://romatevere.hypotheses.org/

Sulle ricerche nel suburbio di Ostia antica:

S. Pannuzi, Viabilità e utilizzo del territorio. Il suburbio sud-orientale di Ostia alla luce dei recenti rinvenimenti archeologici, in M. Cébeillac-Gervasoni, N. Laubry, Fausto Zevi (a cura di), Ricerche su Ostia e il suo territorio, Atti del Terzo seminario ostiense, Roma 2016, online: http://books.openedition.org/efr/3753?lang=it

Sui carotaggi condotti nel bacino del porto di Claudio a Fiumicino:

A. Arnoldus Huyzendveld, P. Turi, C. Morelli, Il paleoambiente di Montegiulio e della parte nord-orientale del bacino di Claudio, in Fastionline-Folder 324, 2015

C. Morelli, A. Marinucci, A. Arnoldus Huyzendveld, Il porto di Claudio: nuove scoperte, in S. Keay, L. Paroli (a cura di, Portus and its hinterland: recent archaeological Research, Archaeological monograph of the British School at Rome, London, 2011, pp. 47-65

 

 

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