In questo post vi racconto di un museo che sulle prime mi aveva quasi convinto, sicuramente commosso, ma che, a una lettura più attenta dei fatti storici si è rivelato essere deludente rispetto alle aspettative: quelle “Historical Truths” di cui dice di farsi portatore.
Vorrebbe essere questo, infatti, fin dalla prima sala espositiva, lo scopo del War Remnants Museum di Ho Chi Min City, in Vietnam. Le “verità storiche” (che metto tra virgolette perché cito il titolo della sala, che è appunto “Historical Truths“) sono al centro della narrazione del museo, divenendo il punto di vista vietnamita sulla Guerra che gli Occidentali chiamano “del Vietnam” e che in Vietnam invece chiamano “American War“. Ma come si fa a pretendere di raccontare la verità storica? Semplice, ci si affida a un documento che è obiettivo per eccellenza: la fotografia. E soprattutto la fotografia di guerra, il reportage fatto da fotografi non per conto degli eserciti (come era avvenuto durante la II Guerra Mondiale, quando fotografi e registi al seguito dell’esercito americano lavoravano anche con fini propagandistici e, nel caso sicuro di Robert Capa, talvolta mettevano in scena i loro scatti) ma per conto della stampa internazionale: fotografia come documentazione, all’epoca per cronaca, divenuta oggi fonte storica primaria.

Non solo fotografi occidentali, ma anche vietnamiti che poi vendevano le proprie foto agli Occidentali i quali, in qualche caso, si sono fatti un nome proprio grazie a foto scattate da altri: parrebbe essere il caso, famosissimo, della bambina che corre nuda per la strada dopo un bombardamento americano col napalm, fotografia firmata dal fotografo Nick Ut e intitolata “The terror of War” che però pare aver utilizzato una foto scattata dal freelancer vietnamita Nguyễn Thành Nghệ il quale, ovviamente, non vide un dong derivato dal successo che quella fotografia ebbe da lì in avanti, fino ai giorni nostri.
In ogni caso, la Guerra del Vietnam fu effettivamente il primo conflitto ad avere una copertura mediatica globale, via radio, TV e newspaper, e tantissimi furono i giornalisti e i fotografi occidentali che durante il conflitto alloggiarono a Saigon, all’Hotel Continental per esempio (primo tra tutti Tiziano Terzani, all’epoca corrispondente per Der Spiegel).
La mole di documentazione fotografica prodotta in quegli anni sui luoghi dello scontro è notevole ed è a quella che il War Remnants Museum affida la sua narrazione e il racconto delle “Historical Truth“: racconta cioè l’atrocità di quella guerra e delle sue conseguenze nei decenni successivi (primi tra tutti gli effetti dell’Agente Arancio sulla popolazione) basandosi in gran parte su fotografie scattate da fotografi e reporter occidentali. Più imparziale di così!
Inoltre, anche le spiegazioni fornite nei pannelli, al netto di qualche aggettivo quale “atroce”, “crudele”, “spietato” che talvolta (ma di rado) sfugge a proposito della condotta dell’US Army nei confronti dei prigionieri di guerra, sono piuttosto imparziali, né cedono a retoricismi nel parlare delle azioni di resistenza e di sopravvivenza dei vietnamiti, vittime di questa guerra.

Eppure. Eppure c’è qualcosa che stona, qualcosa che non torna. Qualcosa che è omesso, ma la cui assenza non si può non notare. La chiave sta proprio nel parlare indistintamente di vietnamiti. Di non fare riferimento al fatto che gli Stati Uniti non sono intervenuti in guerra contro IL Vietnam, ma solo contro il Vietnam del Nord – a regime comunista – in sostegno del Vietnam del Sud, filoamericano. Non si fa riferimento, dunque, al fatto che quella che nel museo viene chiamata “American War” in realtà fu una guerra civile lunga, sanguinosa, che non finì con il ritiro delle truppe americane dal Vietnam e che comportò pesanti vendette e proscrizioni all’indomani della vittoria dei Viet Cong.
Mi è capitato di visitare musei della guerra anche piuttosto nazionalistici: in Slovenia, per esempio, il Military History Park di Pivka (Park vojaške zgodovine) è un esempio di come la guerra del 1991 sia celebrata ed esaltata come l’unica soluzione per riuscire ad ottenere l’indipendenza: tra toni enfatici ed esibizioni di armi e armamenti, la sensazione, a conclusione della visita, è che si tratti di un allestimento con un intento non prettamente storico ed educativo, quanto piuttosto celebrativo e, appunto, nazionalistico.
Ebbene, al War Remnants Museum questi toni enfatici non si percepiscono, anzi di primo acchito si ha la percezione di una narrazione equilibrata: non servono troppi giri di parole, bastano le fotografie – spesso molto crude – a parlare. Eppure la scelta di non parlare di Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, di non fare riferimento alla guerra civile che di fatto fu, è una presa di posizione molto netta. Alla luce di questo, parlare di “verità storiche” diventa molto poco credibile…

War Remnant Museum: il percorso espositivo
Il percorso di visita inizia dal terzo piano, proprio con la sezione “Historical Truths“: le fotografie in mostra, alternate a pannelli che riportano documenti politici pubblici, dichiarazioni e quant’altro, raccontano le atrocità belliche condotte dalla US Army: bombardamenti, esecuzioni e, indirettamente, paura nei volti dei civili rimasti nei villaggi, nelle donne con bambini, nei bambini mezzi nudi con gli sguardi inebetiti. Immagini scattate da fotografi che spesso sono morti proprio sui luoghi di conflitto, raggiunti dalle schegge di una granata o di una bomba, mentre facevano il loro lavoro.

La narrazione, sempre per immagini, segue tutto l’iter della guerra del Vietnam dal suo scoppio nel 1954 fino all’abbandono da parte di tutto l’entourage americano nel 1976. Poi un vuoto nella narrazione (lì per lì mi son detta “strano!” poi ho capito che scopo del museo non è raccontare le proscrizioni che il Vietnam del Nord compì sul Vietnam del Sud) e quindi eccoci agli effetti dell’Agente Arancio, un prodigioso e mefitico gas sganciato dagli Americani sulle foreste per disboscare e svelare i rifugi dei Vietcong, che ha lasciato però nefasti lasciti nella terra e nell’acqua, tanto che a distanza ancora di 50 anni sono nate (troppe) persone con gravi malformazioni da imputare proprio ai lenti rilasci velenosi nella falda acquifera e di conseguenza nei prodotti dell’agricoltura. Le fotografie di questa sezione sono un pugno nello stomaco pazzesco, perché se si è riusciti a resistere guardando immagini di prigionieri in catene, consunti e feriti, non si riesce a non piangere vedendo neonati deformati ancora a 30-40 anni di distanza da quei fatti, non si può non pensare che la guerra ha impatti drammatici non solo nell’immediato, ma anche nei decenni a venire. E quegli impatti sono misurabili, documentabili, ad esempio con le fotografie in mostra.

Infine, all’interno del percorso museale si colloca una mostra temporanea (primo semestre 2026), e interessante ma, di nuovo, non totalmente rispondente a quelle “historical truths“, che racconta della resistenza ai controlli e alle torture della US Army sul delta del Mekong. Ora, il Delta del Mekong, stando a come realmente si svolsero i fatti, era parte del Vietnam del Sud, filoamericano. C’era senz’altro una Resistenza, ed è giusto parlarne. E c’era senz’altro un sentimento – che ben emerge leggendo “Pelle di leopardo” di Tiziano Terzani, – per cui la popolazione locale, per quanto afferente al governo sudista, tuttosommato non osteggiava la presenza dei Viet Cong perché non facevano male a nessuno dei locali e perché promettevano fratellanza a fine guerra.

La Storia fu dunque più complessa di come la si racconta e ancora, qui in mostra, emerge soltanto un nemico, gli Stati Uniti, non si cita l’entità politica del Vietnam del Sud cui tutta quella serie di villaggi contadini appartenevano. Capisco l’intento di raccontare un’epopea, ma se il museo stesso si pone come portatore delle Verità storiche, di nuovo qui una cospicua parte di quelle verità è omessa.
Musei come luoghi “politici”
Il lungo processo che ha portato all’attuale definizione di Museo secondo ICOM aveva visto, a un certo punto della stesura, lavcomparsa della parola “politica”, intendendo che i musei sono organismi politici, nel senso più ampio del termine. Purtroppo, poi, questa voce fu espunta, probabilmente perché avrebbe potuto essere equivocata.
Ebbene, visitando questo museo, e tornando col pensiero al museo sloveno di Pivka cui facevo riferimento più sopra, emerge chiaramente l’utilizzo politico del museo, politico e in certa qual misura propagandistico. Se il museo di Pivka avesse davvero un intento educativo, nel percorso espositivo condannerebbe la guerra come strumento di risoluzione, cosa che invece non avviene, anzi. Se il War Remnant Museum perseguisse sul serio le “verità storiche” che proclama parlerebbe anche della guerra civile che fu. Invece, rivolgendosi al pubblico occidentale non fa altro che confermarne i sensi di colpa, omettendo una parte importante della narrazione dell’intera guerra. Più grave, però, è che questa omissione sia esercitata nei confronti del pubblico vietnamita, che dovrebbe essere il primario fruitore, al quale però non viene raccontata una parte della Storia.
Concludendo: in avvicinamento al museo, sulle cancellate si susseguono manifesti che sono messaggi di pace, di contrasto a tutte le guerre, la cui finalità è assolutamente condivisibile e anzi da enfatizzare. Il passato del Vietnam, squassato da guerre, è decisamente un punto di partenza dal quale cominciare a riflettere sull’inutilità di tutte le guerre. Ma il museo deve poter riuscire a fare quel passo in più, dev’essere in grado di rendere la sua narrazione oggettiva, altrimenti si rischia di donare ai posteri – non importa i turisti occidentali, io penso ai cittadini vietnamiti – una narrazione storica sbagliata, volutamente orientata, che racconterebbe fatti di cui evidentemente la classe dirigente culturale e politica oggi si vergogna.

I musei sono luoghi politici? Sì. Sono luoghi di propaganda politica? No, non devono esserlo, in nessuna parte del mondo.
I musei raccontano le verità storiche? E quando propagandano di farlo, sono consapevoli del peso e della responsabilità di ciò che sostengono di fare?
* Questo post nasce a seguito del Viaggio in Vietnam che ho fatto con le Travel Blogger Italiane in Vietnam, grazie al tour operator Travel Sense Asia. Il viaggio è stato molto stimolante, da più punti di vista. Qui vi ho parlato dell’unico museo che ho visitato, ma sul blog Maraina in Viaggio parlo di tutta una serie di altri aspetti di questo Paese, non ultimo il turismo culturale. Vi aspetto anche sull’altro blog!






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