I Musei della Basilicata ospitano una mostra diffusa nel tempo e nello spazio: “Le dee del grano” è un progetto che nasce nel tempo della semina e si completerà con il raccolto del 2026. Un progetto corale che attraversa la Basilicata secondo i ritmi della natura: le aperture e le chiusure si alternano seguendo i cicli vegetativi del grano, mettendo in dialogo musei e territori in una trama condivisa. Il calendario degli eventi correlati si sviluppa in parallelo su più luoghi, per l’intera durata del percorso espositivo.
Avviata il 20 dicembre 2025, nel tempo della semina, su più sedi presso Palazzo Lanfranchi – Musei Nazionali di Matera (Dee e donne. Sotto e sopra la terra, dalla discesa al ritorno), il Museo Archeologico Nazionale di Metaponto (Il grano senza le dee), il Museo archeologico nazionale della Siritide di Policoro (Culti e simboli di Demetra ad Herakleia in Magna Grecia) e il Museo archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” – Palazzo Loffredo a Potenza (Terra, radici, memoria e rinascita), la mostra diffusa è proseguita a Tricarico (Terra, lavoro e pane. Forme dell’abitare nel mondo rurale), dove ha inaugurato lo scorso 5 febbraio, nel periodo del vuoto vegetativo, e prossimamente sarà a Grumento nella stagione dei germogli, quando la vita torna a farsi visibile; a Melfi nel tempo della mietitura e del raccolto, momento culminante del ciclo; e infine al Museo Diocesano Matera (MATA), che accompagna l’avvio della nuova semina, segnando il passaggio dal compimento a un nuovo inizio. Un’esposizione lunga un anno

Incuriosita da questa modalità di mostra itinerante e diffusa, di cui per motivi logistici non posso e non potrò visitare, incuriosita dall’idea alla base e da come si sia sviluppato il progetto – nonché favorevolmente colpita dalla narrazione che è stata condotta sui social e alla quale è dovuta tutta la mia curiosità – ho chiesto a chi l’idea l’ha avuta, l’ha coltivata (è il caso di dirlo) e l’ha realizzata, col coinvolgimento di un amplissimo numero di attori, dai funzionari di tutti i musei coinvolti al Direttore dei Musei Nazionali di Matera ad interim che ha creduto nel progetto, Filippo Demma: Elisa Mancini, funzionaria archeologa dei Musei Nazionali di Matera, dov’è Responsabile del Museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” (nonché autrice di due saggi in “Femminicidio e violenza di genere nell’antica Roma” a cura mia, Dielle Editore).
“Le dee del grano”: l’intervista a Elisa Mancini
- Come nasce l’idea? Quale messaggio vuole portare?
Nasce, letteralmente, da uno sguardo d’insieme al sotto e al sopra del suolo della Basilicata: durante i viaggi in treno e auto le curve morbide dei paesaggi del grano che scorrevano dietro il finestrino, la discesa nei granai ipogei come elementi caratterizzanti della città sotto la città a Matera. E, ancora, l’esposto così come i depositi dei musei, tutto quanto restituito da abitati antichi e contemporanei, da santuari attentamente indagati dall’archeologia o che ancora stanno restituendo reperti. Un patrimonio collettivo di strumenti e oggetti legati alla coltivazione del grano, alla sua trasformazione e consumo ma anche al culto di divinità protettrici che propiziassero l’abbondanza di questo prezioso frutto. Da qui l’idea di rappresentare questo filo che attraverso il tempo cuce parti dello stesso racconto umano attraverso i secoli: la terra deve dare frutto, generare ciclicamente, passando per momenti critici, così vale per tutti gli esseri viventi inclusi quelli umani. Protagonisti del racconto sono allora le dee pagane, come i protettori e protettrici cristiani, le terre del grano, e le donne e gli uomini che le abitano e lavorano.

- È stato complesso realizzare nella pratica il progetto? Mi riferisco al fatto che svolgendosi su più sedi e su più istituti del Mic riuscire a gestire più voci e le tempistiche di ciascuno in genere può essere faticoso…
Onestamente la mostra partiva con un progetto meno ambizioso: una mostra diffusa sì, ma solo tra le sedi dei Musei nazionali di Matera, poi la proposta, lanciata dal direttore ad interim dell’Istituto, Filippo Demma, di estenderla anche a tutti i Musei nazionali della Basilicata. Quindi la progettazione della scansione delle aperture e chiusure che seguissero i periodi del ciclo del grano: semina – vuoto vegetale invernale – primavera dei germogli – raccolto e nuova semina; suddividendo le sedi sulla base delle caratteristiche delle collezioni di ciascun museo, sulla vocazione del suo territorio e anche sull’andamento dei flussi turistici. Ad ogni direttore di sede la curatela delle sezioni singole, sempre con il coordinamento dell’Ufficio Mostre centrale. Quindi sì: è stato decisamente faticoso, lo è ancora ora, in corso d’opera fino alla fine dell’anno espositivo, ma questa pluralità di contributi pare aver dato ottimi frutti.

- L’idea della mostra diffusa è interessante ed efficace, ed esprime al meglio il concetto di sistema museale. Che riscontro avete dal pubblico?
Forse è ancora presto per dirlo, o meglio: abbiamo registrato per tutte le sedi, negli ormai due mesi di apertura, un sensibile incremento degli ingressi rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente; inoltre il Museo Archeologico Nazionale di Metaponto, ancora in attesa di riaprire le sue porte al pubblico, con lavori importanti di riallestimento ormai in dirittura di arrivo, ha potuto ospitare una sezione della mostra, assai originale, nei depositi, e accogliere comunque i visitatori, in alcuni giorni della settimana. Ciò che però ancora è in corso di analisi, in assenza di un biglietto unico, data anche la non trascurabile distanza fisica tra le diverse sedi, è verificare quanti visitatori abbiamo pienamente colto il senso di mostra diffusa e deciso di completare il percorso narrativo attraverso la visita di tutte o almeno di più sedi espositive.

- Il coinvolgimento del pubblico è avvenuto già da prima dell’inaugurazione della mostra, sui social, con una narrazione che ha creato aspettativa, curiosità ed engagement: dimostra che alla base c’è un progetto meditato che vede nella comunicazione un aspetto importante e non residuale (questa è una mia osservazione, più che una domanda)
Hai osservato bene: la priorità è stata da subito, ed è ancora comunicare, attraverso i canali social – e non solo – un messaggio complesso e stratificato. Si tratta di raccontare i nuclei narrativi di questa mostra, con tutti i loro sotto-racconti, spiegare il significato di mostra diffusa, far comprendere che le divinità del grano sono solo uno degli elementi di una narrazione che parla di terre e di esseri umani. Restituire l’idea che l’evento espositivo non sia composto dalle sole mostre in corso ma che sia invece una vera e propria azione culturale, in dialogo continuo con il territorio con forme diverse di disseminazione e conversazione attraverso conferenze, spettacoli, trekking, laboratori. Con la prospettiva finale di disallestire sale e vetrine consegnando però un lascito, una base su cui innestare la prosecuzione del racconto.

- Qual è la sezione (se si può chiamare così) di questa mostra diffusa che ami di più e perché?
Si può, nel senso che in questa mostra diffusa ogni sede ha la sua “sezione” con rispettive sotto-sezioni, alcune di queste possono modificarsi nel tempo. Per me è difficile scegliere: so che mi è molto a cuore la mostra materana che ho curato direttamente, nella sotto-sezione che racconta “Le donne come dee”, sui passaggi di stato delle esistenze femminili, in ogni tempo, critici, perché si muore in una forma per rinascerne in una nuova, certo con aspetti luminosi ma con perdite non trascurabili: pensiamo al lutto della sposa che abbandona gli affetti della famiglia di origine. Questo ancor di più nei tempi e luoghi in cui l’autonomia decisionale della donna era/è limitata. È stato prezioso raccontare in modo intimo e delicato queste dimensioni, ecco.

- Quali sono i reperti, tra quelli esposti, che meglio raccontano il tema complesso del ciclo dell’agricoltura legata alla stagionalità e alla cultualità?
Nelle diverse sezioni ci sono focus sui vari momenti del ciclo del grano: a Melfi ci si concentra sui magazzini del grano, spazi e contenitori per lo stoccaggio dopo il raccolto, zappe e vomeri per la semina, falcetti per la mietitura dalle origini della cerealicoltura alla metà del Novecento. Ma come ben indica già la tua domanda è evidente che la sola tecnica non sarebbe garanzia di un buon raccolto se le divinità non venissero chiamate a propiziarlo intervenendo nei momenti cruciali del ciclo: per questo le offerte in terracotta con vasetti miniaturistici contenenti le aparchai, le primizie del raccolto, per ottenere raccolti futuri ancora più abbondanti. Oppure imbuti e vasi per trasportare e versare acqua (hydriai) utilizzati, durante i riti misterici, per libagioni in onore delle divinità ctonie – che presiedono al sottosuolo e a cio che da esso spunta sulla terra – affinchè favorissero la nascita e crescita di quanto seminato.

In estrema sintesi
Mostra diffusa significa lavorare con una rete di soggetti, significa coordinare tempi, spazi e modi, significa selezionare e discutere, progettare e gestire, scegliere e allestire. Significa lavorare su materiali e significati diversi, costruendo un percorso coerente. E significa anche comunicare per tempo, coinvolgendo, creando curiosità e aspettativa. Questi sono i punti di forza di “Le dee del grano“, che è un progetto caleidoscopico, ma con un’unica, necessaria, identità visiva.
Un progetto, questo, da tenere d’occhio, perché dimostra che si può trovare un punto di vista differente, che sicuramente richiederà uno sforzo maggiore di riflessione non solo sul tema, ma sulla sua realizzazione pratica. Non posso che apprezzare progetti in cui è evidente la volontà di buttare il cuore oltre l’ostacolo. E non posso che apprezzare il fatto che i bei progetti nascano in musei e territori meno mainstream: periferico non vuol dire non di valore.

Per saperne di più: https://www.museonazionaledimatera.it/evento/inaugurazione-della-mostra-diffusa-le-dee-del-grano/ e https://www.museonazionaledimatera.it/evento/le-dee-del-grano-al-museo-di-tricarico/






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