E’ evidente che in questo caldo luglio 2025 le notizie languono e bisogna trovare qualcosa di cui parlare. Già l’incidente degli Uffizi di qualche settimana fa, in cui un visitatore inciampandosi ha rovinato una tela esposta in una sala strapiena di altri visitatori, aveva fatto esprimere voci autorevoli della museografia italiana, quale quella stentorea di Aldo Cazzullo, sulla necessità di imporre il divieto di selfie e di fotografie nei musei.

E prima ancora di lui, lo stesso direttore degli Uffizi Simone Verde il quale, invece di chiedersi come possa succedere che in una sala affollata un visitatore si inciampi danneggiando un’opera, aveva fatto un gran minestrone di meme e selfie, rovina dell’esperienza museale (molto ben chiosato da un meme – quello sì – di Monstre, sempre sul pezzo). Monstre che tra l’altro dedica un suo carosello proprio al sovraffollamento delle sale in relazione all’allestimento di quella specifica mostra.

Insomma che mentre i social si dividevano tra chi vorrebbe vietare l’uso degli smartphone nei musei e chi sommessamente faceva notare che ormai molte audioguide passano proprio da un link su sito web fruibile mediante qrcode che – guarda un po’ – si inquadra, e si ascolta, dal proprio smartphone (non ultime le due mostre “Barocco Globale” alle Scuderie del Quirinale e “Caravaggio 2025” a Palazzo Barberini), ecco che Libreriamo pensa bene di pubblicare il “Galateo dei Musei”, destinato in pochi giorni a fare il giro delle testate giornalistiche online, annoiate dai dazi di Trump, impossibilitate a parlare del genocidio di Gaza e forse un po’ dispiaciute che il piccolo Allen sia stato ritrovato subito, che hanno trovato in questa cosa (perché non è una notizia…) un argomento su cui tuffarsi a pesce. Almeno l’avessero fatto uscire in concomitanza con la #domenicalmuseo, dico io…
L’articolo di Libreriamo (volutamente non metto il link, per non dare visibilità gratis a un cotale compendio di… contenuti, cercatevelo come l’ho cercato io), che ha ispirato tutti gli altri, trae spunto da una non meglio circostanziata indagine condotta intervistando i “principali direttori museali” (ma quali? Chi? L’unico nome che compare è quello della Direttrice del Mudec di Milano, che non stila alcun elenco di buoni comportamenti, ma anzi fa un’analisi in cui tocca una parte del problema: il sovraffollamento dei musei che contano milioni di visitatori l’anno – ergo: migliaia al giorno). Ma intanto la prima persona a esprimere un parere in quell’articolo è il fondatore di Libreriamo, Saro Trovato, il quale afferma “I musei sono posti pubblici che devono ospitare più persone possibili, proprio come avviene nei centri commerciali“. Houston, abbiamo un problema.
Vediamo, comunque, questo galateo in cosa consiste.
1 – Non portare borse troppo piene
Chi stabilisce dimensioni e capacità delle borse? Siamo forse in aeroporto? I musei che si pongono questo problema mettono comunque a disposizione dei visitatori degli spazi di Guardaroba. Se i visitatori non ne usufruiscono sta al personale segnalarglielo. Se i Musei non hanno Guardaroba o ne hanno troppo pochi il visitatore solitamente è invitato a mettere davanti lo zaino in modo che possa controllarne i movimenti ed è – o dovrebbe – essere particolarmente attenzionato dal personale di vigilanza.
2 – Evitare di parlare ad alta voce
“Le gallerie dei musei non sono lo spazio ideale per dialogare, quindi, sarebbe opportuno scegliere altre location per questo” dice Libreriamo a proposito di questo punto, aggiungendo che i visitatori possono essere infastiditi da schiere di bambini urlanti (ammesso e non concesso che lo siano), alludendo così alle visite didattiche delle scuole, che disturberebbero i visitatori attenti. Insomma, si richiede mutismo e contemplazione. Vietato parlare, vietato scambiarsi anche un’opinione su un’opera o su un suo dettaglio.
Mi viene in mente la situazione paradossale che si crea ogni giorno nella Cappella Sistina: nel vano tentativo di spegnere un brusio che è dovuto non a gente che parla ad alta voce, ma al solo fatto che contemporaneamente stazionano nella sala gruppi di decine di persone che possono sostare per un tempo limitato. Ebbene, vi assicuro che è molto più fastidioso il “Shhhh; Silenzio; Silence” che una voce registrata ripete ogni pochi minuti del brusio di fondo.

3 – Non consumare cibo e bevande, non fumare
Avanguardia pura. Queste regole di buon comportamento esistono già da decenni e, in presenza di visitatori poco attenti, il personale di vigilanza sa quando e come intervenire.
4 – Evitare di rispondere al telefono
E’ vero che può capitare di incontrare persone che non hanno contezza del proprio volume di voce: problema comune anche a chi viaggia in treno, costretto a sorbirsi conversazioni private non richieste del vicino di posto. Ma anche in questo caso, il personale di vigilanza sa quando e come intervenire per segnalare il comportamento fastidioso.
5 – Non sostare troppo tempo davanti a un’opera d’arte
Questa regola è un capolavoro. Come quello che non posso essere libera di osservare per tutto il tempo che io ritengo necessario. Philippe Daverio, il primo che ebbe il coraggio di dire che in museo l’ideale sarebbe scegliere una o comunque poche opere per volta, per poter effettivamente osservare ciò che si ha davanti e non trasformare la propria visita al museo in un’abbuffata, si sta rivoltando nella tomba. Il consiglio di Daverio è più che sensato: quando visitiamo una pinacoteca (ma anche un museo archeologico) già alla fine della visita ci saremo dimenticate la metà (se non più) delle opere esposte e delle altre ne avremo un ricordo confuso. Ma ecco come Libreriamo motiva questa regola: “bisognerebbe avere l’accortezza e l’educazione di non sostare per troppo tempo davanti all’opera: le persone che attendono in coda dietro di te aspettano il loro turno!“. E allora come quantifichiamo questo tempo? E soprattutto chi stabilisce quale sia il tempo corretto – che di per sé è soggettivo – per osservare e comprendere un’opera d’arte, notarne i dettagli, soffermarsi sullo stile, stabilire connessioni e relazioni, rimandare a proprie conoscenze pregresse, e poi ascoltare contestualmente l’audioguida relativa, leggerne il pannello e la didascalia relativa? La visita al museo o alla mostra non dovrebbe essere una catena di montaggio, in cui a ritmo sostenuto si passa da un’opera all’altra perché quello dietro di te preme. Già così ahimè avviene con i gruppi delle visite guidate che, avendo ritmi ben definiti (soprattutto nei luoghi della cultura più frequentati), sono costretti ad andare avanti secondo ritmi predefiniti, con soste di tot minuti per sale, per evitare che il gruppo successivo sia costretto ad aspettare. Almeno quando sono da solo, potrò scegliere il mio ritmo – possibilmente lento – di visita?

Interessante sul tema, anche se datato, questo post di Art for Breakfast, che raccoglie un po’ di dati (dell’epoca, il 2017) relativi a indagini condotte sul comportamento dei visitatori nei musei. Insomma, a fronte di decennali indagini sui pubblici dei musei per imparare a conoscerli e per studiare, proprio sulla base di preferenze e comportamenti, percorsi di visita mirati, ora si chiede ai visitatori di stare poco davanti alle opere d’arte, perché quelli dietro sennò si annoiano.
Ecco, di tutti i punti di questo discutibile galateo questo è senz’altro il più bislacco.
6 – Non fotografare tutto
Al netto del fatto che conosco una sola persona che a una mostra o in un museo fotografa tutto (sono io, crocefiggetemi in Sala mensa, voi di Libreriamo!), non vedo quale sia il problema. A maggior ragione se nel corso della mia visita applico la regola precedente (non sostare troppo a lungo davanti a un’opera d’arte) magari con la fotografia avrò modo, in un secondo momento, di osservare meglio l’opera. O magari, se sono un creatore di contenuti culturali, fotografare le opere mi sarà funzionale per scrivere una recensione, o per veicolare un messaggio che vuole, magari, anche promuovere l’esposizione all’interno della quale l’opera si colloca, temporale o permanente che sia. Questo, naturalmente, se nel museo è consentito fotografare le opere (anche qui si potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora…)
Ma perché non fare foto? “Il consiglio è quello di non perdere del tempo con i filtri del tuo cellulare o a studiare quale inquadratura migliorerebbe la fotografia che vuoi fare, quando potresti semplicemente osservare l’opera fissando nella memoria l’istante della visita“. Daje, osservare l’opera fissando nella memoria l’istante della visita è operazione che forse riesce solo ad Aldo Cazzullo (v. in apertura di post) perché come dicevo più sopra difficilmente uscirò da una mostra o museo ricordandomi precisamente al dettaglio ogni opera, nemmeno quella che mi interessa di più. Quanto a “studiare l’inquadratura”: beh, ma è ovvio che non inquadrerò a caso, ma mi interesserà fotografare o l’opera nella sua interezza e pertanto dal punto di vista migliore per la quale è stata prodotta, oppure il dettaglio che più mi ha colpito. Se devo fare foto a caso allora è abbastanza lapalissiano che non ha senso farne. Questa regola si chiude con questa sentenza: non fare foto, ma guarda l’opera perché “È l’attimo, l’impressione, l’emozione che rimarrà sempre con te“. In una parola: devi contemplare l’opera d’arte, non capirla. E su questo tema Le Comari dell’Arte avrebbero – e avranno probabilmente – molto da dire.
7 – Non utilizzare il flash
E vabbè, questa non è una novità, anzi. Anche se la scusa che il flash danneggia le opere si può giustificare con un arrecare shock alle opere (ma non a tutte indistintamente: dubito che una scultura in marmo si faccia impressionare da un bagliore di luce), vero è che l’uso del flash simultaneo in un ambiente affollato può comportare disturbo e disagio innanzitutto ai visitatori. Ma poi, parliamoci chiaro: ormai con gli smartphone attuali le fotografie anche in ambiente poco illuminato vengono meglio senza flash. Di nuovo, comunque, il personale di vigilanza sa come e quando intervenire. E questa regola, vecchia quanto me, sta scritta su ogni regolamento di comportamento di museo (sapete quell’elenco di “vietato” che in molti per anni hanno cercato di trasformare proprio per non comunicare al visitatore l’idea di stare per profanare un tempio? Ecco).
8 – Evitare il bastone dei selfie
Questa regola è strettamente legata alla precedente e nuovamente è abbastanza scontata. Anche in questo caso il personale di vigilanza sa come e quando intervenire. Certo, è più facile intervenire in una sala con un numero visitatori congruo per poter tenere tutto sotto controllo, perché altrimenti – ed è normale – qualcosa può pure sfuggire.
9 – Prestare attenzione a dove si cammina
Questo punto nasce proprio all’indomani del caso del maldestro visitatore che si è inciampato danneggiando l’opera degli Uffizi. Si adatta anche ai dissuasori sonori che suonano quando ci si avvicina troppo alle opere. Ma se io in un ambiente poco illuminato perché deve risaltare l’opera, voglio leggere la didascalia che sarà senz’altro piccola e poco illuminata, come faccio a non avvicinarmi pur sapendo del dissuasore sonoro? Un allestimento museale è fatto di tutte queste cose: la corretta illuminazione, la corretta fruizione, la corretta leggibilità degli apparati didattici. Se ne manca una è inutile poi lamentarsi a posteriori.
10 – Non appoggiarsi alle pareti
Questo – che fortunatamente è l’ultimo punto di questo galateo – francamente mi è oscuro. Fermo restando che le sedute a servizio dei visitatori sono merce rara in un allestimento temporaneo o permanente che sia, non capisco come, appoggiandomi a una parete, l’opera appesa ne potrebbe risultare danneggiata. Non capisco neanche perché mi dovrei appoggiare alla parete, tra l’altro: stanchezza? fatica da museo? Ma allora invece di vietare di far appoggiare alle pareti, studiamo allestimenti che rendano dinamica o meno stancante la visita.
Mettiamo al centro al visitatore, ma non come nemico
Il visitatore non è un nemico, non è un invasore, non è un barbaro che dobbiamo tenere a bada. Altrimenti abbiamo fallito gli ultimi 20 anni (forse anche 30) di studi sui comportamenti dei pubblici e sull’apertura dei musei nei confronti delle comunità.
Certo, mi si obietterà che purtroppo ci sono molti visitatori maleducati e che queste regole sono principalmente per loro. E certo, aggiungo io, operazioni di marketing come la #domenicalmuseo, che davvero avvicinano i Luoghi della cultura a centri commerciali, fanno sì che una cospicua percentuale sia costituita da persone che manco sanno dove stanno.
Per fortuna però, come in tutti gli ambiti, i visitatori “maleducati” sono percentuale minoritaria che certo tende ad aumentare nei siti (Musei, Parchi archeologici) più mainstream perché sono famosi e bisogna andarci per forza. Qui però si pone un tema di educazione al Patrimonio che non si può demandare a un discutibile galateo partorito in uno stanco e assonnato mese di luglio, ma che bisognerebbe affrontare con una riflessione seria, più sistematica, che coinvolga oltre al comparto culturale anche quello dell’Istruzione e quello del turismo.
Questo galateo è senz’altro una boutade, che va indietro anni luce rispetto alle politiche dei Musei Italiani che invece vanno nella direzione dell’inclusività, dei musei come luoghi di partecipazione e di connessioni creative, di coinvolgimento, di apertura innanzitutto alle comunità di prossimità. Se ripensiamo al convegno Allestire l’Archeologia, in cui i Musei italiani sono stati chiamati a raccontare i propri progetti di allestimento e riallestimento, emergono forti e chiari alcuni punti importanti: l’inclusione, l’osservazione dei pubblici, l’attenzione e l’apertura alla cittadinanza. Mai una volta uno dei musei coinvolti ha parlato di turismo. Mi sembra un dato importante.
Un’iniziativa di questo tipo, al contrario, stigma il visitatore come minus habens al quale – di nuovo va imposta una serie di divieti col risultato di allontanarlo nuovamente. E allora quale delle due? Vogliamo i musei pieni, ma al tempo stesso vogliamo visitatori élitari, col senso estetico sopraffino di contemplare l’opera d’arte in silenzio? Vogliamo far lievitare i numeri dei visitatori in una gara che non ha senso se non mediatico e poi però chiediamo a questi numeri – perché a questo punto non sono più persone – di muoversi nelle sale dei musei come automi, di fruire delle opere come polli in batteria, possibilmente dopo aver pagato un biglietto cospicuo e senza che siano garantiti loro adeguati spazi in funzione del loro numero?
Anche se questo galateo ci riporta indietro di 10 anni, forse anche 20 o 30, appare evidente che ancora non sappiamo come rapportarci al pubblico dei musei, non sappiamo misurarlo, se non banalmente col numero dei biglietti staccati, non ne conosciamo gusti, bisogni, abitudini.
Musei come centri commerciali?
Ritorno a questa frase citata all’inizio dell’articolo, citazione a sua volta del fondatore di Libreriamo, perché sinceramente mi ha fatto accapponare la pelle. E mi torna in mente un articolo che ho scritto a suo tempo sul tema del consumismo culturale. Paragonare il museo a un centro commerciale, dire che dovrebbe essere pieno di gente come un centro commerciale vuol dire non avere assolutamente contezza di cosa sia un museo. Allora, rinfresco la memoria con la definizione 2022 prodotta da ICOM, e si vedrà come non ci sia proprio niente in comune tra musei e centri commerciali (a partire dallo scopo di lucro) e come invece, al contrario, si dia fiducia ai pubblici, alle persone, senza sminuirle con regole e regolette ovvie o, ridicole.
𝐼𝑙 𝑚𝑢𝑠𝑒𝑜 𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑎𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑙𝑢𝑐𝑟𝑜 𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀, 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑢𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒, 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎, 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎, 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑝𝑟𝑒𝑡𝑎 𝑒𝑑 𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑜 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑖𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑖𝑎𝑙𝑒.
𝐴𝑝𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑜, 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑙𝑢𝑠𝑖𝑣𝑖, 𝑖 𝑚𝑢𝑠𝑒𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑚𝑢𝑜𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀.
𝑂𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑒𝑡𝑖𝑐𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑐𝑖𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑜𝑓𝑓𝑟𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙’𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒𝑟𝑒, 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑒.







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