Il brutto caso degli atti vandalici agli scavi in corso a Hestal (Vallonia, Belgio)

Non si è capito ancora fino a che punto si sia trattato di mero – e tanto più grave – fenomeno di vandalismo o di un’azione condotta da veri e propri tombaroli.

Il caso è avvenuto a Herstal, in Vallonia, vicino a Liegi, nel sito in corso di scavo di Place Licourt, che ha rivelato la presenza di una chiesa con annesso cimitero di età carolingia. Herstal è ritenuto il sito in cui sorgeva uno dei principali palazzi di Carlo Magno, noto dalle fonti, ma ancora non individuato archeologicamente. Lo scavo in corso è un intervento di archeologia urbana in vista dei lavori di ampliamento della linea del tram cittadino. Una settimana fa erano stati presentati alla stampa e sui social i primi risultati dello scavo, che ha portato in luce appunto le fondazioni di una chiesa e un’area cimiteriale con sepolture, considerate d’alto rango, entro sarcofagi, il tutto datato tra il VII e l’VIII secolo d.C.

Poi, ecco che, nella notte tra sabato e domenica scorsi, ignoti si sono introdotti nel cantiere e hanno letteralmente fatto scempio delle sepolture (potremmo chiederci perché i resti scheletrici non erano stati scavati e messi in sicurezza in vista del week-end, ma questo lo vedremo e lo discuteremo dopo). Così, al rientro in cantiere, l’amara scoperta, la rabbia degli archeologi e nuovamente la stampa, impegnata questa volta a denunciare quanto successo.

I resti umani sono stati brutalmente distrutti e in ogni caso compromessi per eventuali successive indagini antropologiche. Il video pubblicato su RTBF.BE mostra chiaramente le conseguenze dei danni provocati dai tombaroli: ossa di cranio frantumate, intere sepolture sconvolte. Ciò che ben emerge è la profonda indignazione degli archeologi, sorpresi da tanta efferatezza: ciò che poi li colpisce, e che viene messo ben in evidenza sia nel video che nell’articolo correlato, è che un atto del genere è in tutto e per tutto paragonabile a una profanazione di tombe: si cerca dunque, nella comunicazione della notizia, di fare leva se non sul fatto in sé, che è disdicevole, quantomeno sulle implicazioni etiche che ciò comporta.

L’archeologa dell’Agence wallonne du Patrimoine inddica i danni fatti dai tombaroli/vandali

Quale che sia la motivazione che ha spinto i vandali a intrufolarsi nel cantiere, sia che si tratti di tombaroli attratti da una comunicazione che parlava di sepolture di alto rango (e quindi immaginando chissà quali favolosi corredi, totalmente assenti, invece) o intenzionati ad alimentare un macabro mercato di ossa umane (eh sì, esiste pure quello), sia che si tratti di malintenzionati con la precisa intenzione di distruggere – o perché incazzati con gli archeologi che bloccano i cantieri (non succede solo in Italia, signori e signore) o per fare una bravata – fatto sta che siamo davanti a un fatto gravissimo che dimostra purtroppo come non si debba prendere sottogamba, da parte delle istituzioni, un’educazione al patrimonio che passi dal far capire l’importanza della ricerca per conoscere il nostro passato: nel caso di Hestal gli scavi sono funzionali a meglio conoscere la fase carolingia della città, quando, stando alle fonti, qui Carlo Magno avrebbe avuto uno dei suoi palazzi. Ma per meglio contestualizzare, vi appoggio qui la traduzione dell’articolo pubblicato direttamente da Agence Wallonne du Patrimoine, l’ente preposto alla tutela archeologica della Vallonia.

Lo scavo di Place Licourt e il Palazzo di Carlo Magno

L’ascesa al potere della dinastia dei Pipinidi fino al regno dei Carolingi, nel corso dell’VIII secolo, è uno dei fatti più importanti della storia europea. All’epoca la corte è itinerante e si sposta tra la Senna e il Reno fermandosi di volta in volta nei vari possedimenti reali. Herstal è uno di essi. La località appare in un diploma di Carlo Martello nel 723. Tra il 770 e il 784, Herstal è la residenza prediletta di Carlo Magno che vi passa gli inverni e vi firma nel 779 un testo legislativo piuttosto importante, noto come “Capitolare di Herstal”.

Gli storici hanno collocato il Palazzo di Carlo Magno a Herstal, sotto Place Licourt, ma gli archeologi non avevano mai preso seriamente in considerazione quest’ipotesi. I lavori di estensione della linea del tram cittadino in questa direzione, però, sono stati visti come un’opportunità unica di chiarire questa questione. Gli scavi sono stati avviati nel febbraio 2024 da un’équipe dell’Agence wallonne du Patrimoine. A luglio la grande scoperta: le fondazioni di una chiesta e le numerose tombe del cimitero, entro sarcofagi in calcare.

Una delle sepolture di Herstal in corso di scavo. Crediti: Agence Wallonne du Patrimoine

Queste sepolture, rinvenute in associazione con un oratorio cristiano, sono tipiche dei secoli VII e VIII e identificano un marcatore sociale di alto rango. Le datazioni al C14 hanno permesso di datare gli inumati nei sarcofagi in un range compreso tra il 650 e il 780 d.C. I sarcofagi potrebbero appartenere quindi a rappresentanti di un’élite alle origini della dinastia carolingia; questa chiesa, venuta in luce con questi scavi, insieme all’altra chiesa, attualmente in piedi e in uso, dall’altra parte della piazza, probabilmente faceva parte del complesso palaziale di Carlo Magno.

A fine gennaio 2025 risultano scavate 40 sepolture. Sono quelle profanate/vandalizzate/distrutte/saccheggiate dai tombaroli/vandali.

Un problema di metodo: come trattare i resti umani

L’articolo dell’Agence wallonne du Patrimoine a chiusura dell’articolo che ho tradotto più sopra, rivela come saranno trattati (come avrebbero voluto trattare) i resti scheletrici degli inumati del cimitero:

Al termine degli scavi, gli scheletri saranno smontati, lavati meticolosamente, puliti e asciugati al fine di essere studiati da un’antropologa dell’Istituto di scienze naturali di Bruxelles per raccogliere dati sull’età, il sesso, lo stato di salute, l’attività svolta in vita dal defunto. Dopo lo studio, dovrà essere individuato un luogo a Herstal, al fine di reinterrare tutti gli scheletri scoperti.

Sappiamo che ciò non sarà possibile, perché per l’appunto dopo la notizia divulgata a mezzo stampa e social, all’inizio di febbraio è avvenuto il saccheggio nel cimitero carolingio. La domanda che sorge, e per la quale ho chiesto aiuto alla collega antropologa Paola Francesca Rossi, è la seguente: ma perché i resti umani non sono stati scavati contestualmente allo scavo del cimitero, perché non sono stati prelevati e messi in sicurezza? A livello europeo esiste una metodologia?

E poi: cosa ne pensi del voler riseppellire le ossa dopo lo studio? Le linee guida che hai contribuito a scrivere con l’ICA (Istituto Centrale per l’Archeologia, Mic) cosa dicono in merito?

La questione del trattamento dei resti umani durante e dopo lo scavo è spinosa e per questo abbiamo redatto delle linee guida che sono scaricabili e consultabili dal sito web dell’ICA. A livello europeo, soprattutto in ambito anglosassone, i musei stessi hanno proprie linee guida che regolano il comportamento dell’istituzione stessa nei confronti della conservazione e studio dei resti umani: il British Museum e il Museum of London, per esempio, ne sono dotati. Il tema dunque è molto sentito a livello europeo.

I resti umani in realtà non andrebbero reinterrati perché lo studio potenzialmente non finisce mai, sempre nuove indagini possono essere condotte. Oggi, per esempio, si possono fare analisi anche solo impensabili 10 o 15 anni fa: ad esempio, si possono fare studi di metagenomica, per cui si riesce a individuare addirittura il batterio della peste: non solo analisi del DNA sui resti umani, dunque, ma addirittura sui batteri. I resti scheletrici costituiscono un “archivio biologico” che è dovere dell’antropologo conservare a dovere per future ulteriori ricerche.

Certo, i resti umani occupano spazio, e può non piacere a tutti l’idea che essi siano insacchettati e conservati in cassette come gli altri reperti archeologici. Ma porsi la questione etica di un eventuale reinterro in realtà è un falso problema, perché già nel momento in cui in corso di scavo l’inumato viene prelevato, esso è già stato “disturbato”: ed è senz’altro più etico studiarli che non riseppellirli in un ossuario. Una volta scoperti è bene studiarli, tutelarli, conservarli e tenerne un registro per l’eventualità di ulteriori studi futuri. L’ideale è conservare anche la memoria dello scavo archeologico in modo che i dati archeologici e antropologici non si scorporino.

Un’archeologa mostra i danni subiti dagli scheletri dopo l’azione vandalica di Herstal

Personamente sono d’accordo con Paola Francesca Rossi e sposo in pieno le linee guida ICA: se di etica bisogna parlare, allora è più etico dare nuova voce a questi individui, attraverso indagini che ci rivelino le loro storie, la loro occupazione da vivi, le malattie per le quali sono morti e quelle alle quali sono sopravvissuti. Non scavare subito i resti scheletrici dopo averli individuati nella loro sepoltura si è rivelata una scelta – oltre che metodologicamente opinabile – decisamente sbagliata, proprio per ciò che è successo poi. Adesso sì che un problema etico si pone, e forte.

Tombaroli/Vandali a Herstal: effetto della sovraesposizione mediatica?

Un’ultima considerazione vorrei fare. Leggendo le dichiarazioni dell’archeologo direttore dello scavo, Guillaume Mora-Dieu, sale l’amaro in bocca: l’archeologo infatti dà la colpa dell’evento al fatto che la notizia abbia subito una “surmédiatisation“, cioè una visibilità amplificata dai social media, andando a raggiungere anche “orecchie e cervelli” malintenzionati e aggiunge amaro che certe cose vanno messe in conto. Una sovraesposizione mediatica, dunque, che l’équipe di scavo e l’Agence Wallonne du Patrimoine non sono stati in grado di gestire. Ma puntare il dito contro la stampa non è la soluzione. Lo dico e lo scrivo da anni: la cittadinanza va informata del perché si scava e cosa si trova. Se la notizia ha avuto una visibilità che non ci si aspettava, forse è perché in realtà c’è curiosità e fame di informazioni di questo tipo: non sono tutti tombaroli quelli che hanno letto con attenzione la notizia, anzi: sono cittadini, innanzitutto, e hanno il diritto di essere informati.

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