I musei di Atene e le donne: due mostre in corso nell’inverno 2024-2025

Siamo talmente abituati e chiusi a guardare il nostro orticello nazionale, che non ci rendiamo conto che invece l’attenzione agli studi di genere viene posta anche fuori dall’Italia. E ne viene dato conto al grande pubblico principalmente attraverso mostre temporanee. Così avviene ad Atene dove sono in corso in contemporanea al Museo dell’Arte Cicladica e al Museo Benaki due mostre dedicate alle donne e alla sfera femminile.

La mostra del Museo dell’Arte Cicladica si intitola “Kykladitisses: Untold stories of women in the Cyclades“. La mostra del Museo Benaki invece si intitola “ART IN GOLD. Jewellery in Hellenistic Times”. Come si evince già dai titoli, una è di respiro più ampio e generico, l’altra molto più specifica e settoriale e, lo dico già, approfondita.

Kykladitisses: Untold stories of women in the Cyclades

La mostra attualmente in corso al Museo dell’Arte Cicladica mette le donne delle Cicladi al centro della narrazione. Donne di ogni tempo, perché i materiali esposti spaziano dall’antichità al XIX secolo. Sul sito web del Museo l’esposizione viene presentata così:

The first pan-Cycladic exhibition ever organized, presents history through the eyes of the women of the Cyclades, from antiquity to the 19th century.

ed è articolata in 12 sezioni, che vogliono indagare i diversi macrotemi attraverso i quali raccontare le donne: l’origine del mondo; le dee delle isole; le figure apotropaiche femminili; la presenza nei santuari e le dee del mare. Fin qui dunque si indaga la presenza femminile nel sacro, nella religione, nelle superstizioni. Gli altri macrotemi invece riguardano le donne nella società: identità delle donne; dall’Oikoumene all’Arcipelago; l’erotismo; la violenza subìta; la morte attraverso i loro occhi; ritratti, volti femminili.

Statua cicladica femminile, prima età del Bronzo, Museum of Cycladic Art

Letta così, sembrerebbe una mostra-evento dal sapore enciclopedico, perché i temi e l’orizzonte cronologico promessi sono davvero vasti. In realtà, tanto magniloquente negli intendimenti, quest’esposizione non soddisfa, sembra più una suggestione che un racconto, più un’ispirazione che un’operazione di disseminazione. Non si esce dalla visita con conoscenze in più sull’universo femminile cicladico di ogni tempo, ecco.

Ad ogni sezione è dedicata una sola sala, pertanto le opere sono davvero poche per ciascun tema, per descrivere ciò che il tema stesso vorrebbe raccontare. E non solo, ma la promessa di un racconto che si sviluppi fino al XIX secolo è mantenuta solo nella sezione “Dee del mare”, dove accanto a un rilievo di Iside Pelagia, la divinità preposta in età ellenistica alla buona navigazione (il rilievo esposto tra l’altro è magnifico, perché mostra la dea sulla prua di una nave, chiaro riferimento al Navigium Isidis di cui racconta Apuleio ne “L’Asino d’oro”), trova posto un ex-voto – bellissimo – su cui è dipinto il salvataggio di una nave da un naufragio grazie all’intervento della Vergine Maria, del 1896.

Mostra “Kykladitisses: Untold stories of women in the Cyclades“: rilievo con Iside Pelagia e ex-voto dedicato alla Vergine Maria

Ecco, proprio questa è una delle sezioni meglio riuscite, perché effettivamente si riesce a cogliere un parallelismo tra antico e meno recente, si riesce a fare un confronto tra l’immaginario antico – in questo caso ellenistico – e quello più vicino a noi – gli ex-voto dedicati alla Vergine di cui sono pieni anche i nostri santuari nell’Occidente Mediterraneo.

Nelle altre sezioni, ahimè, questo dialogo tra antico e più vicino a noi non si coglie. Peccato, perché potenzialmente il tema di quest’esposizione ha tutte le carte in regola per mettere in scena un racconto al femminile che davvero potrebbe essere qualcosa di innovativo, una sorta di racconto comparato per epoche, per vedere analogie, somiglianze, differenze nel modo di rappresentare, e quindi di interpretare la figura femminile, sia essa donna calata nella società o dea.

Mi ha fatto piacere – se così si può dire – trovare tra le varie sezioni, quella dedicata alla violenza subìta. La rappresentazione, cioè, della violenza sulle donne. E il pannello di sala è piuttosto efficace nella scelta delle parole. La propongo nell’immagine che segue:

Come sapete, il tema del femminicidio e della violenza di genere nell’antichità – in particolare romana – mi interessa molto, avendo curato un libro sul tema, perciò incontrare in una mostra sulle donne una sezione appositamente dedicata mi ha fatto ben sperare in una tendenza nel parlare della storia delle donne, d’ora in avanti, che tenga conto anche di quest’ottica.

Al netto di questi pochi punti di forza, la mostra purtroppo appare carente sul piano scientifico e progettuale. Non si coglie un progetto scientifico, non si coglie la volontà di approfondire sul serio la tematica – le tematiche – affrontata che è complessa, e che si meriterebbe ben più di suscitare una suggestione.

ART IN GOLD. Jewellery in Hellenistic Times

Il Museo Benaki di Atene è il museo – privato – della cultura greca, che si dipana in maniera cronologica dall’età minoica e cicladica fino alla II Guerra Mondiale, passando per l’epoca bizantina e per il lungo periodo dell’occupazione ottomana, cui è dedicato ampio spazio, avendo così profondamente influenzato, lungo tutto la sua durata, gli usi e costumi dei Greci. Un museo che è al tempo stesso archeologico e etnografico, con la riproposizione degli abiti tipici e delle tipiche ambientazioni delle case ottomane, ma in cui ha spazio anche la storia dell’arte, in particolare le opere realizzate dagli artisti che visitarono la Grecia nel periodo d’oro del Gran Tour e soprattutto le icone bizantine.

Una collezione vastissima, che si compone quindi di tantissime classi di materiali, dal vasellame e la cultura materiale, ai gioielli, alle icone sacre, ai vestiti ottomani, alle tele e agli affreschi, ai disegni. Molto materiale necessariamente rimane nei depositi ed è con le mostre temporanee, di carattere tematico, che essi possono essere mostrati al pubblico. In questo caso i materiali scelti sono i gioielli di età ellenistica. L’occasione per mostrarli diventa un percorso di visita dall’alto contenuto didattico che va a dare valore aggiunto all’effetto wow che moltissimi dei monili in oro esposti suscitano.

In realtà la mostra “Art in gold” non è una mostra prettamente al femminile, tant’è che fin dall’inizio si spiega come gli oggetti in oro in epoca ellenistica siano simboli di uno status sociale – quello delle aristocrazie – e che quindi anche gli uomini potessero indossarli e/o aggiungerli al proprio corredo funerario. Oggetti come le corone o ghirlande d’oro, per esempio, erano indossate nei simposi, nelle cerimonie religiose, in particolare collegate a riti di passaggio, come il matrimonio. Ma erano donate anche nei santuari o indossate dai sacerdoti o dagli iniziati ai Misteri Eleusini, Orfici e Dionisiaci. Proprio le corone/ghirlande, con cui apre la mostra, sono stupefacenti: imitano ghirlande di foglie e fiori e la bravura degli orafi sta nel riprodurre con naturalismo e precisione le essenze di volta in volta rappresentate: mirto, olivo, alloro. Così avviene all’inizio della loro produzione, nella II metà del IV secolo a.C., mentre già nel secolo successivo gli elementi vegetali perdono di naturalismo e le composizioni diventano più semplici.

Corona/ghirlanda in oro con fiori di mirto. Necropoli di Pidna, Macedonia, 350-325 a.C.

Le oreficerie dunque non sono oggetti prettamente femminili. I diademi, ad esempio, sono ornamento tipicamente maschile, carico anche di grandi valori simbolici legati al potere, utilizzati in Grecia fin dal III millennio a.C.: con funzione prettamente funeraria, di oggetto di corredo di lusso, dalla seconda metà del IV secolo a.C. entrano a far parte dei corredi solo dopo essere stati indossati in vita; anche in questo caso è evidente una funzione di status sociale, di autorità regale.

Tuttavia necessariamente sono gli ori femminili quelli maggiormente rappresentati in mostra. I gioielli in oro connotano la donna sul piano personale, indicandone lo status di vergine o di sposata, laddove i gioielli maschili connotano l’uomo sul piano sociale.

Così troviamo in mostra i periammata, cioè amuleti pendenti da una fascia in oro, indossata diagonalmente sul torso; queste fasce sono indossate dalle fanciulle nel periodo di transizione dalla verginità al matrimonio, dunque segnano il momento di passaggio tra la vita da nubile e la vita da sposata: il rito di passaggio femminile che è insieme sia personale che sociale.

Statuetta fittile di Afrodite con Eros, seminuda, con indosso una fascia con pendenti, sul modello di quanto indossavano le vergini all’atto del matrimonio.

Ma i gioielli in età ellenistica assumono particolare valore in ambito funerario, nei casi di morte prematura, cioè la morte di coloro, maschi e femmine, venuti a mancare prima di raggiungere l’età per il matrimonio e prima di sposarsi. Questo era non solo un lutto familiare, ma addirittura sociale nel mondo ellenistico, perché veniva meno la possibilità di costituire un matrimonio e di avere figli e dunque colpiva la comunità nella sua interezza. I gioielli che costituiscono il corredo in questi casi hanno anche valenza apotropaica, per assicurare ai e alle giovani defunte un passaggio non troppo traumatico nell’Aldilà.

Tra gli oggetti in mostra a tal proposito colpisce una pisside attica a vernice nera che porta a rilievo sul corpo la riproduzione di una lunga collana alla quale sono collegati numerosi pendenti, veri e propri amuleti che dovevano proteggere la giovane defunta nel passaggio nell’Aldilà: delfino, locusta, cicala, fiori, crescenti lunari. Quest’oggetto, la cui provenienza è sconosciuta, ma fa parte della collezione del Benaki Museum, si data al 330-320 a.C.

Pisside a vernice nera con collana con pendenti a rilievo

Tra le tematiche esposte, è interessante la riproposizione dell’officina dell’orafo, con l’esposizione degli strumenti di lavoro e un video che mostra, attraverso una realizzazione di archeologia sperimentale, il rifacimento di un gioiello in oro e smalti usando strumenti, materiali e tecniche antiche.

Tra i temi trattati quello dei tesoretti è piuttosto interessante: tre contesti sono esposti, tutti databili al II secolo a.C.: si tratta di accumuli di gioielli, messi da parte, come sempre in questi casi, sia per non farli cadere in mani nemiche, sia con la speranza di recuperarli quando la situazione di crisi si sia calmata. Questi tesoretti ci parlano del momento buio che la Grecia attraversò durante la conquista romana. Ed ecco che gli oggetti della cultura materiale si riconnettono e riflettono un periodo storico che noi, dall’Italia, viviamo come espansione romana ma che, se ci mettiamo nei panni della Grecia, fu un momento di grande difficoltà dovuto dapprima alle guerre di conquista e poi alla sottomissione della penisola ellenica.

Ma quali erano i trend, quali i motivi decorativi delle oreficerie ellenistiche? Perché abbiamo visto alcuni contesti, abbiamo affrontato una storia sociale dei gioielli in oro, ma non siamo scesi nello specifico delle tipologie. Ecco allora che quasi verso la fine dell’esposizione scopriamo che da Alessandro Magno in avanti anche l’arte dei gioielli greca assume carattere cosmopolita: non a caso parliamo di oreficeria ellenistica, non soltanto, cioè, per una questione cronologica e geografica, ma anche e soprattutto per una questione di diffusione e di trasmissione di gusto, mode, motivi decorativi, tecniche e saperi. Temi legati al mondo di Afrodite e di Dioniso, una pletora di cupidi, vittorie alate, sirene, uccelli, teste di animali o di creature ibride, serpenti e animali fantastici.

Bracciali terminanti a protome di ariete e di capra. L’uno si data alla fine del IV secolo a.C. (provenienza sconosciuta, collezione Benaki Museum), l’altro si data tra il 300 e il 250 a.C. (da Europos, Macedonia)

Concludendo: è facile, quando si tratta di gioielli, realizzare una mostra “bella”: gli ori sono sempre straordinari, da sempre esprimono lusso, agio, bellezza e potere e più sono esteticamente e artisticamente notevoli meglio solleticano il nostro gusto. Più difficile è realizzare una mostra in cui gli straordinari oggetti di pregio, quali le oreficerie ellenistiche esposte, siano contestualizzati, raccontati, inseriti in una narrazione che davvero lascia al visitatore, al termine della visita, qualcosa di più della pura e semplice bellezza. Il senso estetico è appagato, certo, così com’è appagata la curiosità culturale che conduce i visitatori al secondo piano del Benaki Museum dove la mostra è esposta. Well done, Benaki Museum!

E la mostra, per ringraziare il visitatore dell’attenzione dimostrata fino in fondo, ripaga ulteriormente esponendo due capolavori di oreficeria ellenistica davvero unici: due cuffiette da chignon per capelli in oro, raffiguranti l’una il busto di Athena – resa nel dettaglio, con tanto di elmo e di gorgoneion – l’altra di Afrodite – con tanto di piccolo Eros accanto alla testa: due opere di grandissima raffinatezza. In entrambe le cuffiette il busto della dea sbalza da un fondo circolare incorniciato nel caso di Athena da una prima cornice di ovoli a sbalzo e da una seconda cornice più ampia nella quale si alternano a girali in oro a bassorilievo piccoli rubini, e da un’ultima cornice, circolare anch’essa, con motivo a spighe. La cuffietta si completa con un retina in oro, fatta di maglie strette. Entrambi i due esemplari si datano al III-II secolo a.C. e denotano una capacità artistica raggiunta nel campo delle oreficerie in età ellenistica davvero notevole.

Cuffietta per capelli con busto di Athena, Benaki Museum, III-II secolo a.C.

Una risposta a “I musei di Atene e le donne: due mostre in corso nell’inverno 2024-2025”

  1. […] tuttavia la sua collezione di gioielli di età ellenistica (attualmente esposti alla mostra “Art in gold“ al secondo piano del museo) è davvero strepitosa. L’allestimento segue un criterio […]

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