Ci sono oggetti, storie, ricerche, che mi colpiscono più di altre. Fortunatamente riesco ancora a stupirmi. E infatti mi sono stupita nell’imbattermi nei bicchieri di Edvige.
L’occasione è stata la notizia della proroga fino all’inizio di settembre, a Pistoia, al Museo di San Salvatore, della mostra “Frammenti di storie. Archeologia dell’Antico Palazzo dei Vescovi“, a cura di Monica Preti e di Cristina Taddei, che ho avuto occasione di conoscere qualche anno fa in occasione di un talk organizzato da loro nel quale ebbi modo di parlare Raissa Calza nel corso di un’altra mostra di Pistoia Musei, “In visita | Giorgio De Chirico“.
Ma torniamo a “Frammenti di storie” e al reperto frammentario in vetro che ha attirato la mia attenzione. Nel comunicato stampa diramato da Pistoia Musei si dice che è un “Bicchiere di Edvige”, senza aggiungere molto altro, solo lasciando intendere una storia però lunga e interessante di contatti e di commerci nel Mediterraneo a partire dal vicino oriente islamico, luogo di produzione.

Sì, ma Edvige chi è? Perché a Pistoia? E dove altro si trovano documentati questi bicchieri? Ma poi perché l’esemplare di Pistoia è stato rinvenuto negli scavi degli Anni ’70 svoltisi all’interno dell’Antico Palazzo dei Vescovi?
Purtroppo Pistoia non mi è così comoda – ormai – per cui mi sarei dovuta tenere la curiosità. Ma per fortuna, ogni tanto, la sindrome della ricercatrice – o della curiosa, meglio, forse – prende il sopravvento, così ho fatto alcune ricerche. Intanto, per capire cosa siano i Bicchieri di Edvige mi sono imbattuta nel capitolo relativo del catalogo della mostra, scritto da Anna Contadini, la quale oltre a descrivere gli esemplari noti in Europa, li inquadra nel contesto storico del mediterraneo dell’epoca, il XIII secolo.
Emerge un mondo strettamente interconnesso anche nonostante le differenze religiose: i bicchieri, infatti, sono prodotti in area siro-palestinese e dunque islamica, ma destinati evidentemente a una clientela europea e cristiana.
Ma innanzitutto, chi è Edvige?
Principessa di Slesia, sposata con il duca Enrico I di Slesia, terra di confine tra la Germania e la Polonia, Edvige (1174-1243) è canonizzata nel 1267 in virtù della sua vita dedita all’ascetismo e alla devozione, ben raccontata nel manoscritto miniato, datato al 1353, intitolato Vitae Beatae Hedwigis (parte della collezione del Getty Museum) nel quale, tra l’altro, si racconta del miracolo della trasformazione dell’acqua in vino nella coppa di Edvige.

Il manoscritto, commissionato da un discendente di Edvige, vuole celebrare la vita e le opere dell’antenata canonizzata: Edvige fondò numerose case religiose, tra cui il primo convento della Slesia a Trebnitz. Dopo la morte del marito, si ritirò in questo convento, dove condusse una vita austera, dedicata all’assistenza ai poveri. Sebbene non avesse mai preso i voti religiosi, le sue azioni di mortificazione corporale, le sue opere di carità e i miracoli di guarigione associati alla sua tomba portarono alla sua canonizzazione nel 1267 e, a seguire, a diventare santa patrona della Slesia.

Dal manoscritto apprendiamo alcuni episodi miracolosi, come il fatto che camminasse a piedi nudi sulla neve lasciando impronte di sangue, alcuni atteggiamenti particolari, come lavarsi gli occhi e il viso con l’acqua che le suore avevano precedentemente usato per lavare i piedi, in atto di estrema mortificazione, e alcuni importanti atti di carità, come la fondazione di un ospedale per lebbrose. Per quello che qui ci interessa, l’episodio più interessante è il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino: Edvige in realtà non beveva mai vino, ma solo acqua, con sommo disappunto del marito Enrico I, il quale aveva paura che la moglie potesse bere acqua impura. Ma si rassicurò, certo con grande stupore, al vedere che, mentre la moglie portava il bicchiere alla bocca, l’acqua al suo interno si trasformava in vino.
E veniamo, perciò, ai bicchieri.
Pare che uno (o più) di questi bicchieri fosse di proprietà di Edvige, che da questo (questi) ella bevesse l’acqua che si trasformava in vino, e quindi fin da subito bicchieri di questa tipologia divennero beni preziosissimi nelle proprietà dei Tesori delle cattedrali e dei monasteri, spesso trasformati in calici, in reliquiari, in ostensori. In qualche caso, come quello del bicchiere di Coburgo, tradizione vuole che esso sia appartenuto a Martin Lutero, nientemeno.

Si conoscono 14 esemplari interi, tutti rinvenuti – o conservati – in Europa. Dalla Germania, tra cui Norimberga, passando per Namur (Belgio) e la cattedrale di Cracovia. Oltre agli esemplari conservati rispettivamente al British Museum (al quale è dedicato il numero 57 de “La storia del mondo in 100 oggetti” di Nail McGregor e prima ancora una puntata del podcast di BBC Radio A history of the world, da cui il libro ha avuto origine), al RijskMuseum di Amsterdam, al Cornig Museum of Glass di New York. Poi ci sono i frammenti: Pistoia, Budapest, Brno.

I bicchieri di Edvige sono in cristallo di rocca, trasparenti e con una colorazione che varia dal giallognolo al bruno chiaro, a forma troncoconica, dalle pareti spesse e lavorati a intaglio in rilievo e in incavo con decori che spesso rimandano ad animali araldici, come leoni (ad esempio l’esemplare dal Cornig Museum) talvolta in associazione con un grifone e un’aquila, come nell’esemplare dal British Museum. In qualche caso è attestato anche l’albero della vita tra i motivi decorativi; si trovano poi motivi geometrici e vegetali. L’intaglio è realizzato con una rotella di metallo montata su un tornio ad arco. I bicchieri sono tagliati sia in verticale che ad angolo: una tecnica, questa, che si sviluppa nel mondo islamico dal IX all’XI secolo.

Tali bicchieri sono così simili tra loro per forma, stile, motivi decorativi e tecnica, che probabilmente sono stati realizzati da un unico atelier o in ogni caso in un unico luogo di produzione, probabilmente in un centro costiero lungo la costa siro-palestinese da artigiani musulmani, ma destinati a una clientela cristiana. Anche la Sicilia è stata indicata come probabile luogo di produzione, e al momento non c’è un’opinione univoca sul reale luogo di fabbricazione di questi bicchieri: le analisi chimiche sui componenti infatti non necessariamente sono rivelatorie della reale origine del vetro, perché sempre all’epoca le officine islamiche utilizzavano vetro riciclato.

Giunti in Europa, alcuni di questi bicchieri vengono trasformati in reliquiari e montati a calice, vedendo trasformata completamente la loro forma – e funzione: è il caso dei due bicchieri di Namur, che sono montati a calice nella prima metà del XIII secolo, poco dopo il loro arrivo in Belgio, nel convento delle Soeurs de Notre-Dame.
La loro circolazione nel Mediterraneo del XII-XIII secolo ci parla di un mondo strettamente interrelato, in cui erano attivi rapporti commerciali in grado di coprire grandi distanze anche e nonostante le crociate.
Il bicchiere di Edvige di Pistoia
Finora abbiamo visto esemplari integri, appartenenti ai tesori di monasteri o di cattedrali, o a collezioni museali. Ma bicchieri di Edvige, frammentari, sono stati riconosciuti anche in contesti di scavo: quattro esemplari in totale sono noti per l’Italia, tutti in Toscana e tra questi l’esemplare di Pistoia, di cui parla, nel catalogo della mostra, Cristina Taddei.

Rinvenuto nel corso di scavi condotti negli anni ’70 nel Palazzo dei Vescovi di Pistoia, e riconosciuto da Guido Vannini che all’epoca era direttore di scavo e curò l’edizione scientifica di esso, il bicchiere di Pistoia è frammentario, costituito da tre frammenti contigui, la cui ricomposizione ha permesso di ricostruirne e ipotizzarne la decorazione e ha gettato le basi, oggi, in occasione della mostra di Pistoia, per una ricostruzione virtuale di cui i visitatori possono fruire.
L’esemplare pistoiese è conservato per un’altezza di circa 7,5 cm. Il piede ad anello rientrante al centro presenta due larghi dentelli interamente conservati mentre di un terzo rimane solo una porzione: probabilmente in questi dentelli si andava a inserire la montatura per un calice, come abbiamo negli esemplari di Namur. La decorazione superstite del bicchiere è a motivi geometrici: crescenti lunari, conchiglie o palmette, separate tra loro da un motivo a V a incavo che sormonta due piccoli cerchietti intagliati al culmine di una cresta longitudinale e al di sopra una forma ovale con un elemento centrale a crocetta intagliato entro un piccolo rettangolo rilevato.

I frammenti del bicchiere furono rinvenuti in un pozzo risalente al XIII-XIV secolo che, nonostante un restauro e una pulizia avvenuta nel Cinquecento, aveva conservato i livelli più antichi di riempimento, consentendo di datare se non il bicchiere in sé, quantomeno il momento in cui esso non serviva più. La datazione del butto tra l’altro corrisponde alla datazione dei contesti di ritrovamento degli altri tre bicchieri toscani, l’esemplare del Palazzo Pretorio di Prato, del Castello di Montarrenti (Siena) e del Poggio Imperiale a Poggibonsi.
Resta da chiarire come e perché in Toscana, allargando lo sguardo rispetto alla sola Pistoia, e solo in Toscana, siano giunti bicchieri di questa tipologia, che abbiamo visto essere prodotti con buona probabilità in ambito siro-palestinese. Quello che emerge è che, almeno nel caso di Pistoia, non si tratta dell’unico oggetto, in vetro, di provenienza vicino-orientale documentato per l’epoca, il che fa pensare a contatti commerciali tra la costa toscana e la costa orientale del Mediterraneo per determinate classi di manufatti.
Frammenti di storie: la mostra a Palazzo dei Vescovi
Una piccola mostra, questa del Museo di San Salvatore a Pistoia, che però è solo una tappa di un percorso più ampio, articolato in 5 mostre su 5 sedi museali della città e del territorio, realizzata con l’intento di valorizzare aspetti meno noti del patrimonio archeologico e storico-artistico pistoiese, che è davvero notevole.
L’operazione culturale, lodevole, punta a rafforzare il senso del Sistema Museale Pistoiese. La mostra/le mostre si completa/no con un agevole catalogo articolato in tanti saggi quante sono le sedi museali interessate dall’esposizione (unica eccezione: i bicchieri di Edvige, che prevedono i due contributi ai quali ho ampiamente attinto per questo post, di Anna Contadini e di Cristina Taddei): oltre al Museo di San Salvatore, gli istituti coinvolti sono il Museo civico d’Arte antica, il Museo della città e del territorio di Monsummano Terme, la Gipsoteca Libero Andreotti di Pescia e il Museo della Carta di Pescia.
La mostra è visitabile fino al 7 settembre.
Bibliografia:
A. Contadini, Vetri islamici per l’Europa, il caso dei bicchieri di Edvige, in C. Massi, M. Preti, E. Testaferrata, M. Bini, S. Di Paolo, a cura di, Nuovi percorsi tra passato e futuro. 5 mostre per 1 sistema museale, Pistoia 2025, pp.19-40
N. MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti, Gli Adelphi 2015
C. Taddei, Il bicchiere di Edvige di Pistoia: nuove prospettive di ricerca, in C. Massi, M. Preti, E. Testaferrata, M. Bini, S. Di Paolo, a cura di, Nuovi percorsi tra passato e futuro. 5 mostre per 1 sistema museale, Pistoia 2025, pp. 31-44
Podcast:
N. MacGregor, Hedwig glass beaker, Pilgrims, Raiders and Traders (900 – 1300 AD); A History of the World in 100 Objects







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