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Immaginate di entrare in un condominio molto elegante, con tanto di reception. Immaginate di scendere due piani di scale e di trovarvi catapultati indietro nel tempo di 18 secoli tondi tondi.
La Scatola Archeologica (che dipende dalla Soprintendenza Speciale Roma ) è un sito archeologico con una stratificazione che va dal VII secolo a.C. al VI secolo d.C. ma che vede la sua fase più significativa in età adrianea, intorno al 120 d.C., epoca alla quale risale un’elegante domus di cui si conservano diversi pavimenti a mosaico di pregevole fattura.
Il sito, che è stato scavato durante lavori di adeguamento sismico del condominio soprastante, è però stato letteralmente smontato dal suo punto di origine e rimontato, “inscatolato” poco più in là.
Come raccontare un luogo di questo tipo, sotterraneo, racchiuso, con una certa complessità stratigrafica? Semplice, ci si affida a Piero Angela, la cui voce malferma (è stato il suo ultimo lavoro, a 92 anni) è una carezza che ci fa venire voglia di pensare “nonno, raccontami una storia”. Alché Piero Angela può solo rispondere “no, io ti racconto LA storia”.

Il percorso di visita ricorda molto quello delle Domus sotto Palazzo Valentini, sempre a Roma, alle spalle della Colonna Traiana: anche in quel caso i visitatori seguono la voce di Piero Angela, mentre il videomapping disegna o illumina i resti archeologici, secondo una narrazione semplice e accurata allo stesso tempo, adatta veramente a tutti.
E allora, affrontiamo questo percorso di visita. Scoperchiamo questa Scatola Archeologica.
Scatola Archeologica: la storia degli scavi
Quando nel 1939 Hitler giunse a Roma alla stazione Ostiense, trionfo dell’architettura e dell’arte fascista, percorse il Viale della Piramide Cestia e Viale dell’Aventino, che all’epoca si chiamavano Via dell’Impero, per raggiungere poi il fulcro della romanità, Colosseo e via dei Fori Imperiali. Lungo i due viali, uno il seguito dell’altro, e all’altezza di Piazza Albania che li divide, il Duce aveva fatto sistemare delle quinte scenografiche a tema impero romano portate direttamente da Cinecittà, in modo che dialogassero con quel tratto di Mura Serviane ancora in posto e con altre strutture murarie antiche che emergevano lungo il tragitto.
Nel 1951, finita la guerra e i suoi disastri, in un’Italia e una Roma da ricostruire, la Banca Nazionale del Lavoro fece costruire su Piazza Albania, alle pendici del colle Aventino, un complesso di tre edifici, tra uffici e la banca vera e propria, con tanto di caveau. Per costruire, in quel momento di ripartenza, si badò poco alle strutture murarie antiche: quello che emergeva in quest’area fu raso al suolo e distrutto.
Acquisita in anni recenti da BNP-Parisbas, oggi la banca non è più tale: è stata convertita infatti in tre distinti condomini molto signorili a vedersi, il complesso Domus Aventino. Per adeguare i tre edifici adiacenti alla nuova destinazione d’uso, da commerciale-uffici a residenziale, bisognava far sì che essi si adeguassero alla normativa vigente in materia antisismica. Inoltre, un condominio non può stare senza parcheggio, figurarsi tre. Bisognava dunque intervenire nel sottosuolo, nelle fondazioni e al di sotto, per creare un parcheggio interrato a uso dei condòmini.
Non fu facile. Ora dirò una cosa ovvia: in centro a Roma dove scavi esce fuori qualcosa, soprattutto in un’area così centrale come le pendici dell’Aventino, a due passi dal Circo Massimo e dal Palatino, ma anche abbastanza vicino a Testaccio, e quindi all’antico porto fluviale di Emporium, sul Tevere. Va da sé che alla presentazione del progetto alla Soprintendenza di Roma, furono prescritte indagini archeologiche preventive, come prevede la normativa vigente. Inizialmente si fecero carotaggi, che diedero ovviamente esito positivo: si intercettarono strutture murarie e pavimenti, oltre a una complessa stratificazione. Dai carotaggi si passò quindi alle trincee, cioè a piccoli saggi di scavo, che ovviamente diedero risultati davvero interessanti. Infine si aprì lo scavo in estensione. Gli scavi durarono dal 2014 al 2018, estendendosi su una superficie di più di 600 mq. E gli esiti furono sorprendenti: si potè indagare una stratificazione che in alcuni punti risale addirittura al VII secolo a.C., ma la fase più interessante, e che spinse la Soprintendenza a volerne la musealizzazione, fu il rinvenimento di una domus, dunque una residenza signorile privata, di età adrianea, piuttosto estesa e completa dei suoi ambienti di servizio.
Dopo alterne vicende si trovò un accordo per poter consentire la salvaguardia, la musealizzazione e la valorizzazione del bene. Innanzitutto – e questo la legge lo consente – si decise di spostare i resti archeologici per salvaguardarli. Si contrattò con la committenza, cioè con coloro che stavano finanziando i lavori di adeguamento sismico e di parcheggio dell’edificio, per ottenere uno spazio al piano interrato dello stabile, dove esporre i resti archeologici ricomposti. Quando finalmente si trovò l’accordo, i resti archeologici, che nel frattempo erano stati consolidati e restaurati, furono collocati nella loro nuova posizione, non troppo lontana dall’originale; fu chiesto a Paco Lanciano e a Piero Angela di realizzare la narrazione per parole e immagini, attraverso un sapiente uso del videomapping, secondo uno schema già consolidato per le Domus sotto Palazzo Valentini.

La Scatola Archeologica: questo il nome efficacissimo scelto, perché di fatto è chiusa come una scatola, accessibile solo da una piccola porta e all’interno della quale siamo catapultati in un mondo altro e distante da noi 18 secoli.
La Scatola Archeologica era pronta nel 2020, proprio al debutto del lockdown. Oggi è aperta al pubblico 4 sabati al mese, ma la visita avviene solo su prenotazione, sul sito web della Scatola Archeologica.
E finalmente, dopo questa lunga introduzione, entriamoci, nella Scatola Archeologica!
La visita alla Scatola Archeologica
Quando entriamo è tutto nero. Ci disponiamo, al buio, su un corridoio sopraelevato. Una voce inizia a parlare, è la familiarissima e rassicurante voce di Piero Angela che, come un dio creatore, con la parola dona luce di volta in volta ai resti archeologici. La prima cosa che viene illuminata in realtà è la roccia vergine del colle Aventino, alle cui pendici ci troviamo. Vergine, ma fino a un certo punto: perché il banco roccioso è stato scavato. Queste tracce risalgono al VII secolo a.C., mentre al secolo successivo risale quel piccolo tratto di muro in blocchi di tufo che si imposta sulla nuda roccia e che è stato interpretato come una torre di guardia connessa con il passaggio delle Mura Serviane, ancora visibili in superficie, poco distante sull’angolo di Piazza Albania con via di Sant’Anselmo.
A seguire, alla fine del III secolo a.C. viene rialzato il piano di frequentazione di quest’area con una colmata di terra e detriti, nonché ceramiche a vernice nera e altri materiali di età repubblicana: il videomapping guidato dalla voce narrante di Piero Angela, prima ci mostra la successione stratigrafica che vede la roccia scavata e il muro della torre, ancora effettivamente conservati e visibili. Poi grazie al videomapping digitale, ci mostra il riempimento progressivo della colmata, mentre a parete ecco che vediamo i numerosi frammenti ceramici a vernice nera che connotavano questo strato di colmata.
Non vi racconto qui punto per punto ogni trovata grafica e digitale della visita. Per quello vi invito piuttosto a visitare la Scatola Archeologica. Sappiate però che tutta la visita si gioca su questi due anzi tre aspetti: la voce narrante che dà luce e colore ai resti archeologici in superficie, ai quali si abbinano in parete ricostruzioni virtuali degli ambienti o reperti particolarmente significativi.
Alla metà del II secolo a.C. viene costruita una poderosa muratura in opera incerta, concepita come muro di contenimento del colle Aventino, e qui si sviluppa una domus, che inaugura così la lunga fase di destinazione residenziale della zona, laddove prima era militare, in diretta connessione con le mura. Di questa domus sono stati individuati i vari settori abitativi, a partire da quelli funzionali all’immagazzinamento delle derrate alimentari, quindi cantine, e allo smaltimento delle acque. Si vede infatti una canaletta in parte ancora coperta da tegole in laterizio.

Questa domus subisce diversi rifacimenti che nell’arco di tre secoli, dal I a.C. al II d.C. sono testimoniati da sei piani pavimentali sovrapposti che di volta in volta ci parlano dell’agiatezza economica dei proprietari. Proprietari di cui non sappiamo il nome, ma che forse, proprio per la vicinanza con Emporium, dovevano avere attività connesse con il porto fluviale. Solo in età traianea, all’inizio del I secolo d.C., per una fase, la funzione residenziale sembra essere sostituita da una funzione collegiale: un lacerto di pavimento individuato al di sotto della fase adrianea riporta un’iscrizione frammentaria nella quale però si individua la presenza dei nomi di tre personaggi che, stando a quanto recita la formula delle ultime due righe, ricostruita come “Impensa sua donum dederunt”, cioè “a proprie spese fecero realizzare”, fa capire che in questa fase l’edificio non è residenziale: si è pensato che esso fosse la sede del Collegium Augustianum Maius castrense, noto da varie dediche sacre rinvenute nelle vicinanze di Viale Aventino e promosse da liberti appartenenti talvolta alla casa imperiale. Tra l’altro, proprio su questo versante dell’Aventino doveva risiedere Traiano stesso, prima della sua ascesa al trono: sono i “privata traiani” noti dalle fonti.
Le fasi più interessanti e che hanno restituito i pavimenti a mosaico meglio conservati, sono le successive, una di età adrianea, intorno al 120 d.C. e l’altra, nella seconda metà del II secolo d.C., di età antonina. Ritorna la funzione residenziale e l’organizzazione degli spazi che vede un ambiente più grande, probabilmente di rappresentanza, su cui affacciano due piccoli cubicoli. L’ambiente grande è decorato con un mosaico pavimentale di tipo geometrico a tessere bianche e nere che disegnano, tra gli altri, motivi a quattro calici che toccandosi agli angoli dei bordi originano un quadrato concavo. Il fulcro di tutto il pavimento è però l’emblema centrale, ovvero un riquadro più piccolo e realizzato in tessere più piccole, nel quale all’interno di una cornice a motivi geometrici si inscrive una circonferenza nella quale si sviluppa una ghirlanda di alloro in tessere verdi e blu. Al centro della ghirlanda è posto un pappagallino verde, il parrocchetto alessandrino, poggiato su un rametto. Nonostante la raffigurazione del volatile sia danneggiata, si intuisce la cura nella resa del piumaggio del corpo e della lunga coda in verde, del becco in giallo, dell’ala e del collarino in rosso. Tutto l’insieme è di grande cura artistica. I mosaici dei due cubicoli invece sono geometrici. Uno vede il susseguirsi su due file, di serie di 8 rovesciati: il segno dell’infinito. Non si conoscono confronti a Roma con questo tipo di raffigurazione. L’altro cubicolo ha una decorazione geometrica cosiddetta “a stuoia”, composta da quadrati formati a loro volta da quattro rettangoli uguali delineati attorno a un quadrato. Le linee geometriche sono rese in tessere nere, mentre le superfici di quadrati e rettangoli sono interamente in bianco.

Un altro vano quadrangolare si disponeva accanto al grande ambiente col mosaico col pappagallo. Anche qui il pavimento a mosaico ha un emblema centrale, nel quale questa volta è raffigurato un kantaros, quindi un grande vaso, dal quale si dipartono due lunghi tralci di vite che si sviluppano in eleganti girali da cui pendono due grappoli d’uva per lato. Ma solo uno dei 4 grappoli raffigura effettivamente dell’uva matura. Il kantharos è realizzato in tessere blu e verdi, a imitazione di un vaso in metallo. Intorno si svolge tutta una decorazione geometrica costituita da cerchi a loro volta ottenuti con 4 foglie lanceolate poste in modo che, toccandosi a due a due con gli angoli, creano quadrati concavi.
Un altro mosaico con la raffigurazione di un kantharos non è collocato in posto, ma è stato posizionato a parete, in verticale ed è illuminato durante il videomapping. Qui il tema del kantharos e delle girali vegetali di vite occupa tutto lo spazio musivo: dal grande vaso centrale escono due lunghi rami carichi di foglie e di grappoli d’uva. Alcuni uccellini completano la scena di carattere naturalistico, che addirittura rivela una finezza: alcune brevi lineette spezzate, ora dritte, ora curve, potrebbero infatti evocare il vento tra le fronde.
Purtroppo i muri degli ambienti della domus non si conservano granché in elevato, perciò poco sappiamo degli affreschi che sicuramente li animavano. Nel videomapping è proposta una ricostruzione, a partire dai frammenti di intonaco rinvenuti, tuttavia è più una suggestione che non una ricostruzione realistica. A proposito di muri, è interessante il fatto che i due cubicoli erano separati da tramezzi in pisé, cioè in argilla e paglia: una tecnica costruttiva piuttosto povera e antica, che non ci aspetteremmo di trovare in una domus di questo livello, nel centro di Roma, e soprattutto non in età imperiale piena. Ma il suo impiego si spiega col fatto che già in antico i pavimenti della domus tendevano a sprofondare, per via delle condizioni del sottosuolo dell’Aventino, e quindi a perdere l’orizzontalità. Muri in cementizio avrebbero potuto subire degrado con rischio di lesione e crollo, mentre la realizzazione di una struttura agevole, come il muretto in pisé, veloce da realizzare e ugualmente affrescabile come i più dignitosi muri in cementizio e paramento evita questo problema: così, su uno di questi tramezzi si conserva un lacerto di decorazione affrescata, una testa di gorgone su fondo giallo, di età antonina.
La visita alla Scatola Archeologica dura all’incirca mezz’ora. Al termine l’archeologo che accompagna nella visita, Stefano Buonaguro, che ha seguito fin dall’inizio le indagini archeologiche preventive fino alla musealizzazione dei rinvenimenti, risponde alle ulteriori domande che il racconto di Piero Angela senz’altro suscita. Personalmente, ringrazio Stefano per il suo impegno – che poi lo sappiamo, in archeologia impegno coincide con passione – e per il suo lavoro. Invito tutti voi a prenotare quanto prima una visita alla Scatola Archeologica.







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