Uno dei suoi tweet più ricorrenti era “Good morning, how is everyone today?“. Ebbene, cara Mar, oggi non è un gran giorno. Apprendere la notizia della tua scomparsa è stato un brutto colpo.
Se dovessi riassumere Mar Dixon in una parola, direi connessione. Lei connetteva le persone, creava relazioni, cercava e dava ispirazione. Una di quelle belle connessioni che il Twitter della prima ora, quando era ancora un luogo utile in cui non si urlava e dove si creavano davvero reti virtuose, permetteva che esse nascessero e si alimentassero.
Era una visionaria, Mar Dixon. Nei primi anni ’10, in un mondo in cui i musei (italiani) vedevano col fumo negli occhi i social – quelli che ancora oggi chiamano nuovi media, tra l’altro – lei in ambiente anglosassone sperimentava, faceva cose, inventava nuovi modi per connettere i musei con le persone e viceversa, sia in ambiente reale (quello che ora chiamiamo onsite) che in ambiente digitale (online).
Dirò due tra le millemila iniziative cui Mar ha dato vita e che hanno influenzato molta comunicazione dei musei negli anni successivi (e ancora oggi): #museumSelfie e #askACurator.
Con #MuseumSelfie Mar Dixon sdoganò definitivamente la pratica che stava diventando sempre più comune da parte dei visitatori, soprattutto i più giovani, di scattarsi i selfie davanti alle opere nei musei. Con l’hashtag #museumSelfie invitava i visitatori a realizzare selfie anche creativi, mentre con l’istituzione del #museumSelfieDay nel 2014 invitava i musei a promuovere questa pratica, creando magari contest e spingendo i visitatori a condividere i propri scatti sui social. Iniziative come queste sono state recepite in Italia a livello ministeriale e anche rielaborate con la campagna L’Arte ti somiglia, nata nel 2016, e rilanciata soprattutto durante il primo lockdown del 2020, in cui si chiedeva alle persone di imitare un’opera d’arte nell’abbigliamento, nella posa, nell’ambientazione.
L’altra iniziativa, che risale addirittura al 2011 è #askACurator: nata come momento in cui su twitter le persone potevano chiedere ai curatori dei musei tutto ciò che più li incuriosiva sul loro lavoro o sulla collezione di cui si occupavano. Un’iniziativa che è proseguita anche negli anni successivi e che ha atecchito anche in Italia e che aveva, e ha, una finalità non di poco conto: far interagire direttamente le persone con coloro che, nei musei, hanno ruoli di responsabilità e sono curatori di mostre e collezioni. Un modo per accorciare quel divario che – almeno fino a prima del lockdown e della forte presenza dei musei sui social – era fortemente percepito dagli utenti.
E poi c’è la MuseumWeek. Nata nel 2014 come settimana dei musei su twitter, è diventata nel giro di quella prima settimana un fenomeno mondiale che si replica tutti gli anni e che ad oggi, stando al sito web di Museumweek, è una gigantesca community che accoglie più di 60.000 partecipanti (tra musei, professionisti della cultura e del digitale) da 100 Paesi del mondo. Un fenomeno planetario, dietro al quale, ancora una volta, c’era Mar Dixon. Così come Mar era dietro al progetto Women in Culture, per il quale intervistò nel 2017 me e Silvia Bolognesi, che all’epoca ci occupavamo dei social e del blog del Museo Archeologico nazionale di Firenze.
Con Mar abbiamo avuto diversi scambi nel corso degli anni. Ricordo il suo essere vulcanica e propositiva, ricordo il suo interesse sincero verso tutto ciò che riguardava i musei anche in Italia e in generale in tutta Europa. Ricordo una persona appassionata e sempre pronta al dialogo e al confronto.
Poche parole, senz’altro scarse rispetto a quanto potrebbe dire chi ha avuto nel corso degli anni rapporti più stretti e più diretti con lei. Eppure sento, con questo post, di doverle dire grazie per tutti i semi che ha gettato in questi anni, semi che hanno germogliato worldwide, che sono diventati frutti che chi si occupa di comunicazione culturale in digitale ha colto talvolta anche inconsapevolmente. Mar Dixon è stata forse l’unica vera Museum Influencer che sia mai esistita.







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