Addio Simon Keay. Un ricordo e un omaggio

Conoscere Simon Keay per me è stato un privilegio. Avere a che fare con lui un onore. Non posso certo dire di aver avuto con lui un rapporto stretto come tante altre persone che conosco e che stimo, ma mi sento di dire che quel poco che l’ho conosciuto ha lasciato il segno.

Prima di incontrarlo a Portus, mi ero imbattuta in Simon Keay a proposito di Late Roman Amphorae, anfore africane tarde: chi ha avuto a che fare con materiali ceramici provenienti da contesti di scavo di V secolo non può non essersi imbattuto nell’anfora forma Keay 25, o Africana Grande, o nelle altre anfore classificate nel suo Late Roman amphorae in the Western Mediterranean: a typology and economic study. The Catalan evidence (British Archaeological Reports International Series, 196), Oxford, GB. Archaeopress, 1984: una pietra miliare negli studi sui contenitori da trasporto nel Mediterraneo tardoantico.

Ma Simon Keay è stato molto di più di un classificatore di anfore.

Simon Keay ha dedicato molta parte della sua ricerca ai porti e ai commerci antichi. In questo senso non poteva non approdare alle banchine di Portus, il grande porto di Roma imperiale.

Ma qui occorre una digressione.

Per essere il grande porto della capitale dell’impero, infatti, Portus non gode della fama di cui dovrebbe godere. E non parlo solo a livello di valorizzazione, ma proprio a livello scientifico. Oggi Portus è una fucina di studi e ricerche internazionali, al centro di accordi di valorizzazione e di progetti di ricerche (tra cui FosPhora, per esempio, che mette in relazione il grande Portus Romae con la piccola Fossae Marianae – oggi Fos-sur-Mer, alla foce del Rodano.

Ah, non l’ho detto. Portus si trova nel territorio di Fiumicino, a 4 km circa dal mare. 33 ettari di area archeologica sono demaniali, mentre il grande bacino esagonale, il Lago di Traiano, che era parte integrante del porto, cade in proprietà privata. Del grande bacino di Claudio è emersa parte della banchina orientale, che costituiva il limite controterra, e il lunghissimo molo settentrionale che oggi costituisce il confine/limite con l’Aeroporto di Fiumicino. Curioso come dopo 2000 anni questo territorio continui ad avere una vocazione così spiccata alla mobilità internazionale. Fiumicino è un hub internazionale oggi, Portus-Ostia lo era in età romana. Corsi e ricorsi storici.

Per una breve sintesi su Portus, per meglio contestualizzare il luogo di cui si parla, rimando alla pagina dedicata sul sito web del Parco di Ostia antica, sotto la cui competenza Portus ricade: https://www.ostiaantica.beniculturali.it/it/aree-archeologiche-e-monumentali/porti-imperiali-di-claudio-e-traiano/

A Portus Simon Keay e la sua équipe – in primis Stephen Kay, e poi Martin Millett e Christian Strutt – ha condotto ricerche decennali, prima in collaborazione con Lidia Paroli, poi con Angelo Pellegrino e infine con Renato Sebastiani. Per questo suo importante impegno a Porto faceva parte del Comitato Scientifico del Parco archeologico di Ostia antica.

Non solo, ma comprendendo quanto fosse importante capire il collegamento tra Portus e Ostia, Simon Keay ha indagato anche Isola Sacra – Fiumicino – con tecniche non invasive, ovvero con indagini geofisiche che hanno permesso di comprendere le interrelazioni tra i due centri. Portus fino a Costantino dipende amministrativamente da Ostia, dunque il porto e la città dovevano essere molto ben collegate. Nell’ultimo volume pubblicato a sua curatela e in collaborazione con il Parco, The Isola Sacra Survey: Ostia, Portus and the port system of Imperial Rome (a cura di S. keay, M. Millett, K. Strutt e P. Germoni), 2020, veniva a capo della fitta rete di collegamenti, canali e strade. Sollevava altresì il problema, non di poco conto, del cosiddetto Trastevere Ostiense.

Probabilmente gli ultimi due contributi da lui firmati sono confluiti nel volume “Life and Death in a multicultural Harbour City” a cura di Arja Karivieri, volume che è un po’ la summa delle ricerche più recenti su Ostia. In questo corposo volume a firma di Simon Keay sono i due contributi dedicati a Portus e a Isola Sacra.

Per approfondire: Life and Death in a multicultural Harbour City

Io ho conosciuto Simon Keay non da studentessa, non come studiosa, ma come burocrate. Da funzionaria archeologa responsabile di Porto (indegna, mi viene da dire) ho avuto a che fare con lui soprattutto per ammorbanti questioni amministrative di consegna dell’area per ricerche e simili. Eppure, ogni volta che veniva a Portus era un piacere farsi guidare da lui, farsi spiegare che cosa era emerso dal rilievo in corso ai Magazzini Severiani, piuttosto che sul retro di essi. E poi c’era lui, il Palazzo Imperiale.

Simon Keay e il Palazzo Imperiale di Portus (Fiumicino)

Credo che non si possa parlare del Palazzo Imperiale di Portus senza citare Simon Keay. Non lo si poteva fare fino a ieri, a maggior ragione da oggi in avanti.

Il Palazzo Imperiale è un complesso di edifici – non un singolo edificio – che si colloca tra quello che era il bacino di Claudio e il bacino di Traiano (limite ancora leggibile nel Lago di Traiano). Il nome gli deriva dagli scavi ottocenteschi quando evidentemente la grande quantità di sculture, arredi e decorazioni architettoniche deve aver fatto immaginare al principe Alessandro Torlonia di trovarsi davanti alla residenza dell’imperatore quando sostava a Portus in attesa di partire per un viaggio o in procinto di ritornare a Roma.

Gli ambienti del Palazzo Imperiale scavati negli anni dall’équipe di Simon Keay

In realtà il sistema del Palazzo imperiale è piuttosto complesso. Una monumentale facciata colonnata prospettava sul bacino di Claudio, al di sotto della quale si sviluppava una serie di ambienti ipogei comunicanti e di varia funzione (un criptoportico, terme, un forno per il pane, per dirne solo alcuni), mentre al di sopra si sviluppava quello che doveva essere il Palazzo Imperiale vero e proprio. L’intero complesso fu edificato contestualmente alla profonda trasformazione del porto che si ebbe sotto Traiano, con la costruzione del bacino esagonale interno e la rimodulazione degli spazi del porto in funzione del nuovo orientamento.

Nell’area del Palazzo imperiale gli scavi condotti dall’équipe di Simon Keay hanno individuato un’area residenziale, il Palazzo Imperiale vero e proprio, hanno riconosciuto una grossa cisterna, il Castellum Aquae che riceveva l’acqua dell’acquedotto di Portus, verificando che essa si impostava direttamente sulla banchina del bacino di Claudio.

Accanto alla cisterna gli scavi di Simon Keay hanno portato in luce una curiosa struttura di forma ellittica, o almeno quello che ne resta: sono le fondazioni di un piccolo anfiteatro edificato in età severiana nello spazio libero tra il Palazzo e i Navalia, e rasato però poco tempo dopo la sua edificazione: un’ipotesi avanzata da Keay era che l’edificio da spettacolo fosse stato realizzato per accogliere un imperatore – probabilmente uno dei Severi – in arrivo a Roma e che poi, non servendo più fosse stato smantellato. Fatto sta che in età tardoantica, quando la cinta muraria di Porto interessa anche quest’area, l’anfiteatro non è ricompreso nel circuito murario, perché evidentemente ormai già obliterato da tempo. Le mura, piuttosto, chiudono definitivamente il fronte sul bacino di Claudio dei Navalia.

Le fondazioni del piccolo anfiteatro nell’area del Palazzo imperiale di Portus, portate in luce dagli scavi condotti da Simon Keay

Anche i Navalia sono stati portati in luce dall’équipe di Simon Keay in anni molto recenti. Egli vi ha riconosciuto gli hangar navali di riparo e di costruzione delle navi militari. Si trattava di un complesso modulare, in cui si alternano navate strette a navate più larghe, affacciate su entrambi i lati, il bacino di Claudio e quello di Traiano. Costruiti già in età traianea, dunque contestualmente alla realizzazione del bacino esagonale, pochi decenni dopo furono convertiti – almeno in parte, nella porzione di Navalia scavata – in magazzini di stoccaggio. In età tardoantica, poi, furono occupati da sepolture entro tombe a cupa (dalla copertura in pietra).

Simon Keay e le indagini geofisiche nel Porto di Claudio (Fiumicino)

Oltre all’interesse specifico per il monumento del Palazzo Imperiale, Simon Keay, con la sua équipe, ha sempre avuto l’interesse a capire il funzionamento del porto, ma anche l’esatta dimensione.

Il porto di Claudio, per esempio, è tutt’ora avvolto in un alone di incertezza. La storia dei suoi scavi e delle sue interpretazioni è sempre stata infatti molto dibattuta e quando alla fine degli anni ’50, in concomitanza con i lavori per la costruzione dell’aeroporto di Fiumicino, venne in luce il molo settentrionale, si riteneva che quello piegasse e fosse un lungo molo che in realtà partiva da sud, veniva in direzione nord e infine piegava a chiudere, mentre la banchina orientale era considerata il molo vero e proprio. Solo carotaggi nell’abitato di Fiumicino in anni recenti e in particolare nel quartiere di Cancelli Rossi hanno permesso di individuare un allineamento di strutture ascrivibili alla gettata di un molo in continuità con la Fossa Traiana (Canale di Fiumicino) che andava poi curvando in direzione nord-ovest.

Questa scoperta, unita alle prospezioni magnetometriche condotte in area non urbanizzata di Fiumicino (via Coccia di Morto) lungo il presunto tracciato del molo settentrionale del bacino hanno portato ad individuare l’orientamento del porto che ormai è condiviso dalla comunità scientifica: si entrava in porto da ovest: due lunghi moli, oblunghi e convergenti delimitavano a nord e a sud il bacino; nel mezzo, lievemente avanzata in mare aperto, si collocava l’Isola Faro, nota dalle fonti per essere stata realizzata affondando la grande nave con cui Caligola aveva fatto trasportare l’obelisco nel Circo Vaticano con una gettata di calcestruzzo, sopra la quale era stato eretto il faro vero e proprio. Faro che doveva essere magnifico, se è stato così tanto rappresentato in rilievi e mosaici ostiensi. Il primo tra tutti è il Rilievo Torlonia, ma altri rilievi da sarcofagi di Ostia mostrano il faro; il faro compare anche su alcuni mosaici del Piazzale delle Corporazioni, su un mosaico da Isola Sacra (famoso per la sua iscrizione in greco che paragona il viaggio verso la morte al viaggio per nave verso un porto sicuro) e infine sul soffitto dipinto della cd Capitaneria del porto di Claudio: un edificio che si trova oggi a poca distanza dal Monumento ai Caduti di Kindu, a pochi metri dalla rotonda che immette nell’aeroporto di Fiumicino.

L’Isola Faro, però, rimane ancora nascosta. E forse questo è il cruccio che resterà a Simon Keay; spero però che la sua équipe potrà portare avanti la ricerca e riuscire a individuare quella che è una vera chimera dell’archeologia portuense.

Simon Keay, un vero gentleman con quel guizzo negli occhi

Di Simon Keay mi rimarranno sempre nel cuore i modi gentili, pacati, cortesi (non sono così scontati), da vero gentleman. Sempre disponibile all’ascolto e alla collaborazione. Ma soprattutto sempre animato e acceso dalla passione per il suo lavoro, dall’entusiasmo per l’avanzamento nelle ricerche, sempre contento di condividere un nuovo risultato. Ecco, una cosa che mi ha sempre colpito di Simon Keay è l’entusiasmo che traspariva ad ogni parola, in ogni gesto quando spiegava, in quel guizzo negli occhi pieni di vita e di curiosità. L’ultima volta che l’ho incontrato fu nell’autunno del 2019: gli chiesi la cortesia di fare a me e al mio gruppo di lavoro una visita guidata proprio a quel Palazzo Imperiale che lui aveva scavato e studiato così a lungo, in modo da ispirarci delle linee di indirizzo per impostare la progettazione di un restauro delle strutture e di un percorso di visita per il pubblico. Non era la prima volta che lo ascoltavo, ma percepii in quell’occasione la contentezza perché vedeva l’interesse da parte dell’Amministrazione a dare valore ad un monumento che finora è rimasto escluso dai percorsi di visita. Era visibilmente contento, ma non per un interesse personale, bensì perché vedeva realizzato il senso della ricerca: a che serve scavare e ricostruire, se non si ha un pubblico cui mostrare?

E lui non si è mai risparmiato quando si trattava di mettere in campo azioni di divulgazione: basta digitare su google Portuslimen, Portus Project, Portus e basta, e usciranno fuori video, pagine web, blog (Portus Project è stato il primo archeoblog in cui mi sono imbattuta dedicato interamente ad un progetto di ricerca), ricostruzioni virtuali, documentari. Simon Keay aveva una grandissima capacità nel rendere chiari e semplici concetti e processi complessi: ci riusciva in italiano, a maggior ragione in inglese, la sua madrelingua.

Addio Simon Keay

Così oggi è andata così. Eravamo a Porto quando Stephen Kay, suo strettissimo collaboratore alla British School of Rome che mi perdonerà se racconto quest’episodio, ha avuto la notizia. Di lì a poco avremmo fatto un sopralluogo anche con Fabrizio Felici, altro collaboratore storico del professor Keay, proprio al Palazzo Imperiale, dove stiamo intervenendo con operazioni di sfalcio e pulizia dalla vegetazione infestante in vista di un completo rilievo laser scanner che possa tornare utile alla progettazione esecutiva. E’ stato terribile apprendere la notizia così, in quel momento, in quel luogo.

Ma, col senno di poi, credo che non ci sia stato modo migliore di rendergli onore, seppur così casualmente: percorrere il criptoportico retrostante la terrazza di Traiano sgombro dalla vegetazione, vedere le murature del Palazzo Imperiale e della cisterna pulite come se fossero state innalzate ieri. So che se ci fosse stato anche lui, gli sarebbero brillati gli occhi; ma sono sicura che quel guizzo nello sguardo non l’ha abbandonato neppure ora.

Per approfondire

Su Google si trovano infinite pubblicazioni e notizie sia su Simon Keay che sul Portus Project. A livello di bibliografia segnalo i seguenti volumi:

  • The Isola Sacra Survey: Ostia, Portus and the port system of Imperial Rome (a cura di S. keay, M. Millett, K. Strutt e P. Germoni), 2020;
  • Portus (a cura di S. keay, M. Millett, L. Paroli e K. Strutt), 2005
  • Portus and its hinterland (a cura di S. Keay e L. Paroli), 2011

All’interno di questi volumi si trova una serie di contributi e di studi di vari autori su numerosi aspetti legati a Portus, a Isola Sacra, al suo legame con Ostia. Inoltre ha pubblicato una serie di report e di contributi in varie sedi di riviste e di convegni internazionali.

E’ stato uno studioso fondamentale per Portus e in generale per l’archeologia dei porti e dei commerci antichi. Il mondo, accademico e non, ha perso un grande archeologo e un grande uomo.

3 pensieri su “Addio Simon Keay. Un ricordo e un omaggio

  1. Grazie, Marina. Mi sono commossa leggendo il tuo ricordo-racconto. Scritto, poi, da te che con la tua nota umiltà ti poni un passo indietro quando riconosci la stima altrui. Ma sappi che sei grande proprio per questo: un funzionario di Soprintendenza con questo spirito di accoglienza e questa predisposizione al dialogo con chi fa ricerca sul campo è tanto raro quanto speciale.
    Grazie ancora!

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