TAVOLA-PEUNTIGERIANA

Recensione a: Maria Grazia Celuzza, Sulle tracce di Rutilio Namaziano

Nella primavera del 2020, in pieno lockdown, è stato dato alle stampe un librino agevole e interessante: Sulle tracce di Rutilio Namaziano. Il De Reditu fra storia, archeologia e attualità a cura di Maria Grazia Celuzza. Non poteva essere pubblicata opera più adeguata alle contingenze: il tema del viaggio in un periodo in cui non potevamo (possiamo) muoverci da casa; il tema della decadenza dei tempi; il tema dell’attaccamento ai valori atavici della tradizione e dei buoni costumi; l’importanza dell’amicizia.

Sulle tracce di Rutilio Namaziano

Il poema latino De Reditu di Rutilio Namaziano è una straordinaria opera letteraria. Straordinaria per più di un motivo e per più di un interesse: è un’opera in versi del V secolo d.C. quindi, oltre ai vari aspetti di natura puramente stilistica ha un valore documentale altissimo per chi si occupa di tarda antichità sia a livello storiografico che a livello archeologico. E infatti è proprio sulla rispondenza col dato archeologico che si sofferma il librino di M.G. Celuzza, la quale approfitta del viaggio di Rutilio Namaziano per fare un sunto dell’Italia tirrenica tardoantica (alto Lazio e Toscana, ovvero Tuscia) alla luce delle più recenti ricerche.

Un modo diverso per parlare di archeologia del paesaggio, tracciando con rapide pennellate le caratteristiche di territori, insediamenti, città e ville che nel V secolo caratterizzavano la costa tirrenica.

Il fil rouge è proprio il viaggio di Rutilio Namaziano del quale in apertura vengono forniti i dati essenziali sia sulla persona che sull’opera che sulle circostanze del ritrovamento del manoscritto: incompleto, nel monastero di San Colombano a Bobbio nel 1493. Del De Reditu infatti abbiamo, incompleto, il Libro I, dalla partenza fino a Luni, con un frammento che si riferisce ad Albenga. Sappiamo che dovette completare il viaggio e raggiungere le sue terre in Gallia, motivo per cui lasciò l’amata Roma, per difenderle dalle invasioni barbariche. Essì, il periodo è proprio quello. Anche Roma pochi anni prima del 417 – anno in cui pare risalire il viaggio di Rutilio – era stata assalita dai Goti di Alarico: nel 410 d.C.

M.G. Celuzza, Sulle tracce di Rutilio Namaziano. Effigi Editore, 2020

Leggiamo insieme “Sulle tracce di Rutilio Namaziano”

Nella prima parte del volume Celuzza traccia una cronistoria della fortuna del De Reditu. Dalla scoperta del manoscritto al ritrovamento di un secondo importante frammento, in cui è stata riconosciuta Albingaunum/Albenga, in anni piuttosto recenti, il 1973. Gran parte della fortuna del De Reditu negli ultimi 30 anni è dovuta però all’edizione critica pubblicata da Alessandro Fo nel 1992: egli ha dato spunto per ulteriori ricerche, per opere di narrativa e trasposizioni cinematografiche e teatrali. La più interessante di tutte è stato il film De Reditu – Il ritorno del 2003. In quell’occasione fu costruita la nave – la Cymba – che per l’occasione navigò lungo le coste del Tirreno ripercorrendo le tappe del viaggio.

Celuzza traccia una preziosa sintesi della figura di Rutilio Namaziano: di lui sappiamo solo ciò che lui decide di dire di sé nel poema: esponente di una ricca e nobile famiglia della Gallia, a Roma ricoprì alcune cariche tra cui quella di magister officiorum, aveva cioè il controllo sul personale di corte e sulla burocrazia imperiale, ma soprattutto fu praefectus urbi nel 413 d.C. Non erano esattamente anni facili quelli, con il sacco dei Goti avvenuto pochi anni prima, nel 410, e sicuramente in questa veste Rutilio si occupò della ricostruzione della città dopo quella vicenda drammatica. Rutilio era sicuramente pagano, al punto che nel suo poemetto la presenza cristiana è ridotta quasi a zero, se non per invettive contro il fenomeno del monachesimo. Invece lui venera Roma, madre degli dei e dea essa stessa, Venere e Marte, progenitori di Enea e di Romolo; inoltre si affida agli dei durante il viaggio per mare e sicuramente avrà compiuto sacrifici ogni volta che giungeva in un porto sicuro.

Scena di sacrificio a bordo di una nave per la buona riuscita del viaggio per mare. Dettaglio del Rilievo Torlonia (v. Mostra Marmi Torlonia)

Un aspetto interessante del personaggio Rutilio è che lui, nato nelle Gallie e nelle Gallie diretto, riconosca Roma come sua madrepatria per la quale piange al momento della forzata partenza. Il poema si apre infatti con un lungo inno a Roma nel quale egli scrive, tra le altre cose, un verso fondamentale:

Fecisti patriam diversis gentibus unam

Hai fatto di genti diverse una sola patria (I, 63)

Se la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’Impero era stata concessa da Caracalla all’inizio del III secolo, a ben prima risaliva l’ingresso in senato di esponenti provenienti dalle province, in particolare dalla Gallia Lugdunense, della Belgica e dell’Aquitania, fin dai tempi dell’imperatore Claudio (che peraltro, pur essendo di nobile stirpe giulio-claudia, era comunque nato a Lugdunum/Lione). Dunque in questo contesto sociale ancora nel V secolo un esponente dell’élite senatoria di origine gallica come Rutilio Namaziano, a buon diritto sentiva strettissimo il legame con Roma, più forte, forse, che con la sua terra natìa.

L’itinerario del viaggio di Rutilio. Da FO 1992

In viaggio con Rutilio: il paesaggio della costa tirrenica in età tardoantica

La seconda parte del libro di M.G. Celuzza racconta il viaggio di Rutilio Namaziano da Roma, anzi da Portus, il porto di Roma – oggi a Fiumicino – che all’epoca stava cominciando a risentire della decadenza dell’Urbe, e che aveva subito pochi anni prima l’assedio da parte dei Goti.

Peccato che, con mia somma delusione, Rutilio dedichi a Portus due o tre versi neanche troppo ispirati, ma dettati dal dovere di cronaca:

Allora infine vado alle navi, per dove il Tevere,

che si apre in fronte bicorne, solca i campi a destra.

(…)

Esitiamo a tentare il mare, e aspettiamo in porto

(…) (I, 179-180; 185)

La “fronte bicorne” del Tevere cui Rutilio si riferisce è la biforcazione presso Capo Due Rami: da una parte, a destra (nord) è la Fossa Traiana, oggi Canale di Fiumicino, canale artificiale fatto derivare già da Claudio per meglio servire il Portus Romae da lui voluto e solo in seguito ampliato da Traiano. Ma proprio di quello che doveva essere un porto ancora imponente, dopotutto, Rutilio non lascia neppure una parola, non fa neanche un cenno. “Aspettiamo in porto (portuque sedemus – I, 185)”. E basta. Nessun cenno neppure al grande faro, che pure doveva essere ben funzionante, visto che ancora nel Cinquecento se ne intuivano le fattezze. Quello che era stato il grande porto di Roma imperiale fa giusto una comparsata nel grande diario di viaggio in versi di Rutilio Namaziano.

Capo Due Rami, ovvero la biforcazione dei due rami del Tevere che dà origine all’Isola Sacra. Da una parte il fiume costeggia Ostia antica e Ostia e la foce separa Ostia da Fiumicino, dall’altra parte il canale, artificiale, è il Canale di Fiumicino, un tempo Fossa Traiana

Celuzza ripercorre tutte le tappe del viaggio di Rutilio con l’attenzione particolare e l’interesse specifico a ricostruire il paesaggio costiero di alto Lazio e Toscana nella prima metà del V secolo. In certi passaggi è lo stesso Rutilio a mostrarlo, in altri è solo il confronto con i dati archeologici delle ricerche condotte nei vari siti e nei territori a permettere di ricostruire questi paesaggi, a restituire l’immagine che Rutilio Namaziano aveva davanti agli occhi ogni volta che faceva tappa lungo il suo tragitto.

Certo che è Rutilio stesso in taluni casi ad essere il migliore narratore del paesaggio che vede. Quando arriva in vista di Cosa, per esempio, non manca di dare una pennellata descrittiva e di inserire l’aneddoto, curioso, ma significativo, dell’abbandono della città. Scrive infatti Rutilio:

Vediamo incustodite le antiche rovine,

le mura diroccate di Cosa deserta:

ed imbarazza esporre fra cose serie la causa ridicola

dello sfacelo, ma non posso tenere nascosto il riso.

Dicono che un tempo i cittadini, costretti a migrare,

abbandonarono le case perché infestate dai topi! (I, 285-290)

E in effetti, riporta Celuzza citando un’ipotesi di Elisabeth Fentress, questa bizzarra causa dell’abbandono riportata da Rutilio non sarebbe poi così peregrina: Cosa nel III secolo era occupata da vasti granai e magazzini di stoccaggio. Un’invasione massiccia di topi in un centro che campava soltanto dello stoccaggio di derrate alimentari e cerealicole potrebbe essere una spiegazione convincente.

La costa tirrenica vista dall’acropoli di Cosa (foto 2010)

Rutilio tratteggia per rapide pennellate le varie tappe lungo la costa, infarcendo le descrizioni di piccoli episodi e di riflessioni sulla decadenza che vede intorno a sé e di cui evidentemente si rende conto. Per me, appassionata di archeologia della distruzione i suoi versi sono davvero pura poesia:

Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,

immensi spalti ha consunto il tempo vorace.

Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,

giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.

Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino:

ecco che possono anche le città morire. (I, 409-414)

Così per esempio descrive Populonia. Ma già in apertura, quando deve spiegare perché ha scelto il viaggio per mare – nonostante la stagione infausta per navigare, l’autunno – rispetto al viaggio per terra:

Si sceglie il mare perché le vie di terra,

fradice in piano per i fiumi, sui monti sono aspre di rocce:

dopo che i campi di Tuscia, dopo che la via Aurelia,

sofferte a ferro e fuoco le orde dei Goti,

non domano più le selve con locande, né i fiumi con ponti,

è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto. (I, 37-42)

La descrizione è quella di un territorio che un tempo era ordinato, lungo le vie consolari, dalla presenza di mansiones, di vici e di città; le stesse vie consolari erano periodicamente sottoposte a manutenzione e così i ponti a cavallo dei fiumi. Ma quando viene a cedere il potere centrale e il territorio si disgrega sono le infrastrutture a farne le spese. Non solo la Tuscia (alto Lazio e Toscana), ma tutta l’Italia subiva, dove più dove meno, dove prima, dove dopo, lo stesso destino.

La Tabula Peutingeriana riporta le città, le mansiones e i vici lungo le vie consolari e lungo i fiumi. Si data al IV secolo d.C. perché riporta Costantinopoli; al contempo riporta anche insediamenti e piccoli centri che a quella data non esistevano più.

Perché leggere “Sulle tracce di Rutilio Namaziano”

Sulle tracce di Rutilio Namaziano è un librino che regala diverse suggestioni. Non è certo un trattato di archeologia del paesaggio e di archeologia della tarda antichità. Come Rutilio traccia rapide pennellate di tappa in tappa, così Celuzza fornisce per ogni luogo toccato o avvistato da Rutilio alcune notazioni utili a farci un’idea del territorio della Tuscia costiera nella I metà del V secolo.

Per me Sulle tracce di Rutilio Namaziano è stato lo stuzzichino che mi ha definitivamente convinto a intraprendere la lettura del De Reditu, nella traduzione ed edizione critica di Alessandro Fo. Ed è questo il senso di questo librino: lungi dall’essere un’opera enciclopedica (in 87 pagine, di cui 12 di bibliografia è impossibile), però regala continui spunti di riflessione, crea curiosità, spinge a voler approfondire. Proprio le 12 pagine di bibliografia sono la finestra importante di quest’opera che è molto meditata, una vera sintesi sull’archeologia del paesaggio tardoantico della costa tirrenica, avente come pretesto il viaggio di Rutilio Namaziano.

Bibliografia: Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di Alessandro Fo, Giulio Einaudi Editore, 1992

13 pensieri su “Recensione a: Maria Grazia Celuzza, Sulle tracce di Rutilio Namaziano

      1. La geografia è una cosa meravigliosa, è un peccato che non le venga più dedicata l’attenzione che meriterebbe. La Tabula Peutingeriana è un documento straordinario ed è straordinario il fatto che sia giunto fino a noi! Ma tanti altri itineraria dell’antichità meritano di essere conosciuti… come quelli semplicemente iscritti sui bicchieri di Vicarello: li conosci?

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      2. Vero, la geografia è meravigliosa ma poco considerata… te lo dico visto che sono un neolaureato in Geografia (o come viene chiamato ora Scienze dell’Ambiente).

        Molte nozioni io le ho conosciute solo grazie al percorso universitario tra cui la Tabula Peuntigeriana… secondo me bisognerebbe valorizzare alcune informazioni affinché ci sia una conoscenza nelle scuole secondarie di primo e secondo grado… magari ai teenager poi non se ne faranno nulla della Tabula Peuntigeriana ma è sempre cultura…ti apre la mente… ad esempio come si fa a studiare la storia senza la geografia? ☺

        I bicchieri di Vicarello lì conosco molto bene grazie ad un corso di Topografia antica fatto durante il mio percorso di laurea 😄

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      3. Ottimo! Deduco poi che sei ligure, quindi come me avrai studiato a Genova. Il corso di Topografia antica è uno delle cose più stimolanti che si possa seguire. Io all’epoca seguii Geografia col grande Massimo Quaini: hai avuto modo di incontrarlo o di sentirlo parlare?

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      4. Invece sono milanese 😁 ed ho fatto il corso di Geografia a Milano con la possibilità di sostenere alcuni esami a Genova 🙂

        Ne ho sentito parlare di Massimo Quaini durante un corso ma non solo di lui… anche ad esempio Giacomo Corna Pellegrini, Adalberto Vallega, Franco Farinelli, Guglielmo Scaramellini e per non dimenticare Flavio Massimo Lucchesi. 😃

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  1. Buongiorno,
    molto interessante articolo e libro! Nel 2008 la Regione Liguria bandì un concorso per celebrare l’Aurelia da Luni a Ventimiglia, io partecipai con un racconto che ha come protagonista proprio Rutilio Namaziano!
    Andrea

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